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venerdì 5 maggio 2017

DZ Edizioni al Salone del Libro di Torino

La DZ Edizioni, associazione culturale e casa editrice, sarà presente al Salone del Libro di Torino, che si terrà dal 18 al 22 maggio prossimi presso il Lingotto Fiere. Come nella migliore tradizione della DZ Edizioni, sarà possibile incontrare gli autori della casa editrice presso il Padiglione 2, stand G116-H113, scambiare quattro chiacchiere con loro, farsi qualche foto e ovviamente avere i loro libri autografati.


L’evento
Anche quest’anno torna l’evento libresco più importante d’Italia, quello che lettori, editor, case editrici, agenti letterari e addetti ai lavori del mondo dell’editoria attendono con trepidante attesa: il Salone Internazionale del Libro di Torino, che si terrà dal 18 al 22 maggio, presso l’ormai storica sede del Lingotto Fiere. Una kermesse unica nel suo genere, tra le più grandi e importanti d’Europa, che attira ogni anno decine di migliaia di visitatori e che in questa occasione festeggerà anche il “compleanno” numero 30. Era infatti il lontano 1987 quando il Salone del Libro di Torino aprì per la prima volta le sue porte ai visitatori. Oggi, trent’anni dopo, l’evento ne ha fatta di strada e attira, come detto, non soltanto una folla oceanica di curiosi e lettori, ma anche e soprattutto i più importanti addetti ai lavori del settore editoriale.
Logico, dunque, che una casa editrice giovane, ma agguerrita e impegnata come la DZ Edizioni, non potesse mancare. E per l’occasione indosserà il suo vestito da gran galà, mettendo in mostra non soltanto tutto il meglio del suo catalogo, ma anche uno stand ideato e progettato ad hoc, uno spazio di ben 24 metri quadrati, dove i lettori, i visitatori e anche solo i semplici curiosi potranno andare per trovare i loro autori DZ preferiti, scambiarci quattro chiacchiere, farsi foto, prendersi un caffè e ovviamente mettere le mani sulle decine di titoli della casa editrice.
E a questo proposito, sono tante, anzi tantissime le novità che la DZ Edizioni ha progettato per questo #SalTo (come viene indicato ormai il Salone sui socialnetwork) 2017: ben sette le nuove uscite, titoli tenuti in caldo e preparati proprio per fare il loro esordio in grande stile al Salone, tanto che per l’occasione saranno
presenti anche gli autori dei nuovi titoli.

Ma i “fedelissimi” della DZ Edizioni potranno rincontrare presso il Padiglione 2, stand G116-H113 anche gli altri autori della casa editrice e trovare anche tutti i titoli migliori, gli stessi che l’hanno resa una delle realtà più giovani, innovative, agguerrite e vincenti del panorama letterario italiano, una realtà capace di “battersi” ad armi pari e spesso vincere con le più grandi e longeve case editrici nazionali.
Accanto ai classici già ben noti della DZ Edizioni, come la Hybrid’s Legacy Saga della scrittrice Francesca Pace (oltre 5 mila copie vendute), a Nora dell’autore romano Giacomo Ferraiuolo (sold out in tutte le fiere del libro cui ha partecipato) e a L’archivio degli dei della bravissima Miriam Palombi, solo per citare alcuni dei best-sellers della casa editrice, i lettori potranno trovare tantissime novità presentate per la prima volta proprio durante la kermesse torinese. Resta il riserbo sui ben sette titoli in uscita, che saranno svelati soltanto il primo giorno del Salone, per la gioia dei lettori.
Eccezionalmente, poi, quest’anno allo stand della DZ Edizioni sarà presente anche una vera e propria “guest-star”: lo scrittore romano, Valerio la Martire, che porterà la sua Nephilim Saga (oltre 4 mila copie vendute) e il nuovissimo Intoccabili, uscito meno di due mesi fa con Marsilio e patrocinato da Medici Senza Frontiere.
Ma, come detto, le novità in casa DZ per questo #SalTo 2017 sono davvero tante, a dimostrazione di quanto, a meno di due anni dalla sua fondazione, la casa editrice sia cresciuta e stia tuttora crescendo: nei giorni di fiera, infatti, presso lo stand, sarà possibile incontrare anche tantissimi altri autori di grande calibro: da Daniel Di Benedetto a Melissa Pratelli; da Daisy Franchetto a Michele Di Stefano; da Alastor Maverick a Stefano Mancini (vincitore del primo premio dell’ultima edizione del premio Cittadella con il romanzo “Pestilenzia” edito Astro ed).… una“cascata” di scrittori per tutti i gusti e tutti i più disparati palati letterari. 
Il catalogo DZ, infatti, spazia dall’horror al fantasy (in tutte le sue salse); dal romance al gotico; dallo steampunk alla narrativa, la cui nuovissima collana – altra novità – sarà lanciata proprio in occasione di questo #SalTo.
Non ne avete ancora abbastanza? Allora sappiate che la DZ Edizioni ha organizzato una serie di presentazioni nei giorni del Salone. Perciò, oltre a incontrare gli autori allo stand, potrete anche assistere ai loro interventi e alle discussioni “ufficiali”. Un modo più tradizionale, ma non per questo meno
interessante, di incontrare gli autori e i libri targati DZ.
Ovviamente lo staff della DZ Edizioni sarà a disposizione in tutti i giorni di fiera per venire incontro alle esigenze dei lettori, organizzando gli incontri con gli autori, dando ogni informazione e ogni indicazione richiesta e mettendo a disposizione la propria competenza e la propria passione per i libri.
L’invito, dunque, non soltanto ai lettori, ma anche ai curiosi, ai visitatori, agli addetti ai lavori e a chiunque si trovasse a passare per il Lingotto Fiere nei giorni del Salone, è di fare un salto allo stand DZ. 
Anzi, un… #SalTo!


Leggi la scheda di "Dodici porte. Io sono Lunar" QUI
















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Per informazioni e contatti
Ufficio stampa
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info@dark-zone.it
www.dark-zone.it

Dillo alla luna, di Melissa Pratelli

USCITA maggio 2017

Titolo: Dillo alla luna
Autore: Melissa Pratelli
Genere: Romance
Target: ogni lettore
Editore: DZ edizioni
Collana: Romance
Pagine: 400
Formato: 14X21
Prezzo: 14,90 euro
ISBN-EAN
9-788899-845124

Strillo
Lui l’aveva salvata, lei gli aveva insegnato ad amare.

L’autore
Melissa Pratelli è nata a Pesaro, sulla riviera Adriatica. Dopo aver frequentato il liceo linguistico nella sua città, si è laureata presso la facoltà di lingue e letterature straniere di Urbino, perseguendo la sua passione per le lingue. Sin dalla tenera età, ha amato i libri e la lettura e la
sensazione travolgente di perdersi dentro nuovi mondi e nuove storie. Da sempre amante del genere fantasy in tutte le sue sfumature, esordisce con il primo volume di una saga urban fantasy intitolato "I Figli di Danu: Il Richiamo" pubblicato in prima edizione nel 2011 e in nuova edizione nel 2015 insieme al secondo volume della saga, “La Confraternita”. 
Il suo ultimo romanzo,“Ancora un po’ di Charlie”, appartiene invece al filone romantico e young adult, un altro genere di cui ama leggere e scrivere.

Il libro
A diciotto anni, Raine Anderson ha già smesso di credere nell’amore. Nel suo passato si cela una terribile esperienza che l’ha segnata profondamente, rendendola incapace di fidarsi degli altri.
Negli ultimi due anni, Raine si è chiusa in casa, si è chiusa in se stessa, ha chiuso il proprio cuore. L’amore, però, non ha smesso di credere in lei e si manifesta sotto le spoglie di James Collins, diciannovenne bello e spigliato e fermamente intenzionato a fare breccia nella sua corazza.
Ma Raine è davvero disposta a credere di nuovo o il dolore che ha vissuto sarà più forte dell’amore?

Evelyne, di Michele di Stefano

USCITA maggio 2017

Titolo: Evelyne
Autore: D.S Michele
Genere: Fantasy
Target: ogni lettore
Editore: DZ edizioni
Collana: Romance
Pagine: 230
Formato: 14X21
Prezzo: 14,90 euro
ISBN-EAN
9-788899-845094

Strillo
E Dio sorrise al creato.
Fino a quando non arrivò l’amore e Dio fu sfidato.

L’autore
Michele di Stefano nasce a Torino il 14 settembre 1968 dove trascorre l’infanzia e la giovinezza.
Diverse traversie familiari e personali lo portano a abbandonare l’istituzione scolastica al termine dell’obbligo imposto, ma non il desiderio di scoperta, conoscenza e sapere di cui si fa autodidatta per diverso tempo fino a quando nel 1998 si diploma all’Istituto IPSIA Plana.
L’attitudine alla creatività e alla letteratura si manifestano fin dall’adolescenza. Coltiva l’amato hobby dei giochi di ruolo fino a diventare Master di Dangeons and Dragons, sperimenta la creazione di avventure ad hoc e esclusive per i gruppi di giovani che a lui si affidano.
Questa passione, insieme all’interesse per la storia, le religioni, l’esplorazione di nuove filosofie, altre terre e le discipline marziali lo portano a immaginare mondi e scenari diversi nel tentativo di rispondere a annose questioni sull’origine e il senso della vita, dell’universo e dell’amore. Da qui nasce “Evelyne. Una Donna di nome Dio”, immaginativo romanzo frutto d’una travagliata e continua ricerca personale.

Il libro
Evelyne ha un incidente, un brutto incidente. Finisce in coma e si risveglia giorni dopo, quando ormai tutti, perfino i suoi amici, la danno per spacciata. 
Ma Evelyne è forte e lo dimostra una volta di più tornando al mondo dei vivi. Qualcosa, però, è cambiato dentro di lei. Non ha più bisogno, o quasi, di dormire. E vede cose che forse sono solo nella sua mente. L’arrivo nella sua vita di un uomo misterioso e una serie di strane coincidenze complicheranno ulteriormente le cose e la trascineranno in un’avventura mai neppure immaginata. Un’avventura che stravolgerà la sua vita e
le rivelerà il più grande e terribile dei segreti: chi è davvero Evelyne?

Waiting, di Daniel di Benedetto

USCITA Maggio 2017

Titolo: Waiting
Autore: Daniel di Benedetto
Genere: Narrativa
Target: ogni lettore
Editore: DZ edizioni
Collana: Nattariva
Pagine: 128
Formato: 15X21
Prezzo: 12,90 euro
ISBN-EAN
9-788899-845131

Strillo
Ognuno è in attesa di qualcosa… o di qualcuno.

L’autore
Daniel di Benedetto nasce a Torino il 21 ottobre del 1981 e tuttora, nonostante tutto, vive da quelle parti. Ha un pensiero fisso nella testa. Vedere sorridere le persone. 
Scrive su un blog da oltre dieci anni (http://halfangel.iobloggo.com), inoltre collabora periodicamente col sito internet www.nabikiblob.com dove si occupa dello spazio dedicato ai “cassetti della memoria”, dal quale è nato un vero e proprio “spin off”, un blog molto seguito e apprezzato (http://cassettidellamemoria.wordpress.com) e nel pochissimo tempo libero, oltre a cercare sempre l'ispirazione per provare a raccontare storie nuove, ha un classicissimo lavoro da impiegato. 
Ha due passioni: una è il calcio (è orgogliosamente "gobbo" dalla nascita, e ha giocato per oltre vent'anni a pallone come portiere in tutte le categorie dilettantistiche regionali). L'altra è la sua Piccola Principessa. Sua figlia. Che sorride molto più di lui. E molto meglio.

Il libro
Tutti siamo in perenne attesa.
Qualcosa che potrebbe accade. Qualcuno che deve arrivare o partire, magari per sempre.
Una vecchia panchina di legno, all'ombra della grande quercia in un parco comunale, è il palcoscenico delle storie che si muovono capitolo dopo capitolo.
Un susseguirsi di personaggi che si incontrano, si sfiorano, si sfuggono, rappresentano le varie fasi della vita e le diverse sfumature dell'attesa.
Una storia dall'andamento circolare, che si svolge nell'arco temporale di una settimana e che vede il suo inizio e la sua fine tratteggiati dagli stessi occhi innocenti, quelli di una bambina in attesa del ritorno del padre.
Un sorriso, una carezza, un'assenza, un dolore. C'è spazio per ogni emozione, seduti giorno dopo giorno su quella panchina.
Oggi verso il domani, semplicemente aspettando...

Delitto Rosi. I delitti di Ronvoli, di Chiara Benedetta Boschi

USCITA Maggio 2017

Titolo: Delitto Rosi. I delitti di Ronvoli
Autore: Chiara Benedetta Boschi
Genere: Trhiller
Target: ogni lettore
Editore: DZ edizioni
Collana: Thriller
Pagine: 112
Formato: 15X21
Prezzo: 12,90 euro
ISBN-EAN
9-788899-845148

Strillo
Due cadaveri. Dieci sospettati. Nessun colpevole.

L’autore
Chiara Boschi Nasce nella città Universitaria di Pisa nel 1973, dove si laurea in Giurisprudenza. 
Seguendo le sue passioni frequenta un corso di specializzazione in Analisi della Scena del Crimine-Criminologia e Gestione dell'Emergenza a Roma. 
Durante i suoi studi scopre l'amore per la scrittura, ma è solo a seguito della nascita della figlia, che la porta a trascorrere un lungo periodo lontano dal lavoro, che decide di dedicarsi a questa sua passione. 
Il DNA labronico ereditato dal padre la spinge a scrivere racconti ambientati in luoghi di mare. E' qui infatti che trova ispirazione, tra gli scogli e l'odore di salsedine. Durante il tempo libero scrive sul suo blog e si dedica al volontariato.

Il libro
Ore nove, lunedì mattina. La strada privata che porta alla villa dei signori Rosi è bloccata dalle auto e dai curiosi. A terra, senza vita, i corpi dei coniugi.
A indagare su un delitto tanto brutale viene chiamato l’investigatore Carlo Mori. A dargli man forte il fedele braccio destro Corti e la nipote Giorgia, spavalda e ficcanaso.
Forse nemmeno l’unione delle loro abilità sarà sufficiente a sbrogliare un caso tanto complesso, con un assassino svanito nel nulla senza lasciare tracce.
Che cosa è successo davvero in quella villa? Chi si nasconde dietro un delitto tanto orrendo? E perché qualcuno odiava a tal punto i Rosi da infierire in quel modo sui loro corpi?

Tre Lacrime D'oro. Io sono Lunar, di Daisy Franchetto

USCITA maggio 2017

Titolo: Tre Lacrime D’oro
Autore: Daisy Franchetto
Genere: Fantasy
Target: ogni lettore
Editore: DZ edizioni
Collana: Fantasy
Pagine: 400
Formato: 14X21
Prezzo: 14,90 euro
ISBN-EAN
9-788899-845179

Strillo
Conosci la Morte. Possiedi la Morte. Trasforma la Morte.

L’autore
Daisy Franchetto è nata a Vicenza, città intrisa di grazia palladiana, ma vive a Torino, città del mistero, e si occupa di counseling. La scrittura è una passione nascosta che ha iniziato a coltivare tardi. Ciò che scrive nasce dalle esperienze vissute. Il lavoro nelle comunità psichiatriche e per disabili, i viaggi come volontaria in zone di guerra, l’impegno per la difesa dei diritti umani.
L’ascolto delle persone in difficoltà e, prima ancora, l’ascolto di se stessa. Il mondo onirico e la ventennale attività di scavo nella sua psiche. “La scrittura mi rende una persona migliore.” Oltre a scrivere romanzi, racconti e brevi articoli, gestisce da qualche anno un blog nel quale riversa i suoi pensieri e il suo punto di vista sul mondo. Da qualche mese è nata la sua nuova rubrica onirica: I don’t sleep, I dream in collaborazione con il gruppo Dark Zone. Piccolo appuntamento nel quale ospita scrittori emergenti chiedendo loro di condividere un sogno..

Il libro
Qualcuno è tornato a vivere su Prima Stella d’Incanto, la Dimensione distrutta.
Inquietanti rapimenti coinvolgono tutto l’Ovoide.
Il tempo dell’attesa è finito, Lunar vuole tornare alla Vita, ma per farlo dovrà affrontare la Morte.
È lei a custodire Sinbad, è lei il mistero più grande.
Due storie si intrecciano e attendono il momento dell’incontro.
È l’ultima avventura, la chiusura di una vicenda intensa, la fine e l’inizio delle Vita.
Lunar lascia i Cieli Razionali in compagnia di Sky, lo Spirito Guida. Ha deciso di riportare in vita Sinbad che si trova nella Terra dei Morti. Per farlo dovrà cercare un misterioso libro, depositario di un sapere assoluto. Carte dal significato oscuro la guideranno lungo i dedali di un Labirinto che si rivelerà essere molto altro. Ma Lunar è inseguita, come tutti i Nativi di Prima Stella d’Incanto è braccata. 
Qualcuno è interessato ai poteri degli abitanti della Dimensione distrutta e, in particolare, ad Agav, regina di Prima Stella d’Incanto e amica di Lunar. Agav non è più ciò che molti ricordano.
Nulla è come appare in questa storia che si muove su piani fantastici, onirici, psichici.

Sei pietre bianche. Io sono Lunar, di Daisy Franchetto

USCITA Maggio 2017

Titolo: Sei pietre bianche. Io sono Lunar
Autore: Daisy Franchetto
Genere: Fantasy
Target: ogni lettore
Editore: DZ edizioni
Collana: Urban Fantasy
Pagine: 400
Formato: 15X21
Prezzo: 14,90 euro
ISBN-EAN
9-788894-174694

Strillo
Sei Pietre Bianche, sei varchi dimensionali.
Un viaggio alla scoperta delle proprie origini.

L’autore
Daisy Franchetto è nata a Vicenza, città intrisa di grazia palladiana, ma vive a Torino, città del mistero, e si occupa di counseling. 
La scrittura è una passione nascosta che ha iniziato a coltivare tardi. Ciò che scrive nasce dalle esperienze vissute. Il lavoro nelle comunità psichiatriche e per disabili, i viaggi come volontaria in zone di guerra, l’impegno per la difesa dei diritti umani. L’ascolto delle persone in difficoltà e, prima ancora, l’ascolto di se stessa. Il mondo onirico e la ventennale attività di scavo nella sua psiche. “La scrittura mi rende una persona migliore.” Oltre a scrivere romanzi, racconti e brevi articoli, gestisce da qualche anno un blog nel quale riversa i suoi pensieri e il suo punto di vista sul mondo. Da qualche mese è nata la sua nuova rubrica onirica: I don’t sleep, I dream in collaborazione con il gruppo Dark Zone. Piccolo appuntamento nel quale ospita scrittori emergenti chiedendo loro di condividere un sogno.

Il libro
Lunar è tornata. A tre anni dall’esperienza nella Casa e dalla violenza che l’ha messa di fronte a un duro processo di trasformazione, la giovane protagonista di Dodici Porte non è più una ragazzina.  Abita da sola in un piccolo appartamento in città, studia e lavora. Accanto a lei il fedele cane Sinbad, su cui grava una maledizione che Lunar non conosce, e l’anello che le ricorda costantemente il legame con la Terra dei Morti. Dopo l’ultima visione avuta fuori dalla Casa, nella quale un bambino veniva rapito da un gigante, la giovane non ha più avuto esperienze del genere, o contatti con altre Dimensioni. 
A volte stenta a credere che ciò che ha vissuto nella Casa sia davvero accaduto. Ma c’è l’amico Sinbad a ricordarle chi lei sia. Lunar ha stretto amicizia con Odilon, un bambino dal passato misterioso che vive in orfanotrofio. Proprio la scomparsa del piccolo, ad opera di un essere spaventoso, riporterà la nostra protagonista e il suo amico a quattro zampe a contatto con le Dimensioni parallele. Lunar e Sinbad, con l’aiuto di Altea, proveniente dai Cieli Razionali, si metteranno sulle tracce dei rapitori di Odilon. 
Ha inizio il viaggio attraverso sei portali dimensionali rappresentati da sei lapidi bianche. 
Di nuovo un percorso che è insieme scoperta di se stessi e di luoghi sconosciuti. Di nuovo avventure formidabili che svelano quanto ci sia di sublime e oscuro nell’inconscio.

Dodici Porte. Io sono Lunar, di Daisy Franchetto

USCITA maggio 2017

Titolo: Dodici Porte
Autore: Daisy Franchetto
Genere: Fantasy
Target: ogni lettore
Editore: DZ edizioni
Collana: Fantasy
Pagine: 432
Formato: 14X21
Prezzo: 14,90 euro
ISBN-EAN
9-788894-174670

Strillo
Dodici varchi su mondi sconosciuti. Dodici porte per non essere più la vittima di una violenza.


L’autore
Daisy Franchetto è nata a Vicenza, città intrisa di grazia palladiana, ma vive a Torino, città del mistero, e si occupa di counseling. La scrittura è una passione nascosta che ha iniziato a coltivare tardi. Ciò che scrive nasce dalle esperienze vissute. Il lavoro nelle comunità psichiatriche e per disabili, i viaggi come volontaria in zone di guerra, l’impegno per la difesa dei diritti umani. L’ascolto delle persone in difficoltà e, prima ancora, l’ascolto di se stessa. Il mondo onirico e la ventennale attività di scavo nella sua psiche. “La scrittura mi rende una persona migliore.” Oltre a scrivere romanzi, racconti e brevi articoli, gestisce da qualche anno un blog nel quale riversa i suoi pensieri e il suo punto di vista sul mondo. Da qualche mese è nata la sua nuova rubrica onirica: I don’t sleep, I dream in collaborazione con il gruppo Dark Zone. Piccolo appuntamento nel quale ospita scrittori emergenti chiedendo loro di condividere un sogno.

Il libro
Dodici Porte è una fiaba dark che si snoda attraverso dodici passaggi che la protagonista Lunar deve superare, scoprendo luoghi e mondi inaspettati. Inizia così un percorso di guarigione spirituale dalle violenze subite nel mondo reale. Un viaggio iniziatico alla scoperta delle proprie origini. I personaggi e i luoghi che Lunar incontra sono simboli generati dal suo subconscio, manifestazioni del suo dolore. Lunar è una giovane ragazza, che una terribile notte si trova a fuggire per strade sconosciute dopo essere stata vittima di una violenza. Corre, fino a raggiungere una porta. La porta della Casa. La prima porta di un viaggio onirico che la porterà a ricostruire i pezzi della propria identità e a rimarginare le ferite subite. 
La ragazza tenterà di far fronte all’angoscia contando sulle proprie forze e sull’aiuto della famiglia, ma quando si ritroverà faccia a faccia con il suo carnefice, si renderà conto di aver bisogno di un aiuto che non avrebbe mai pensato di ricevere. Inizia così il percorso di guarigione all’interno della Casa, alla scoperta di personaggi e luoghi fantastici, figli della sua psiche e non solo. Dodici tappe di trasformazione. Dodici porte che si aprono una dentro l’altra.

martedì 2 maggio 2017

"13 Reasons Why". Come non morire.

La febbre da "Tredici" impazza ormai da tempo, non potevo perdermela per niente al mondo dato le tematiche importanti. Credo debbano vederla tutti, anche se purtroppo la visione non assicura l'automatica creazione nel cervello di un'area adibita alla sensibilità nei rapporti interpersonali.

Hannah Baker si suicida ma decide di non farlo in silenzio: ha lasciato dei nastri, delle musicassette registrate da lei in cui narra le ragioni per cui si è avvicinata passo passo al gesto estremo.
I protagonisti delle cassette nascondono molti segreti che lei porterà alla luce.
Saranno tutti pronti per la verità?
Clay Jensen riceve i nastri come gli altri protagonisti della vicenda. Il ragazzo lavorava con la giovane ed era suo compagno di classe, comincia ad ascoltare e ricostruire gradualmente l'intera storia, a parlare con gli altri, chiedere spiegazioni, ragioni. Non è l'unico a scavare e chiedersi il perché, se tutto quel dolore avesse potuto essere in qualche maniera risparmiabile. 
Hannah è una persona molto sensibile, percettiva e particolare, trovatasi a contatto con un mondo che spesso sminuisce ciò che sei, se senti più degli altri, se hai l'Inferno già dentro. Crescere è difficile per tutti, ma non tutti hanno la nonchalance di mettersi a nuotare in questa vasca di squali.
È difficile inquadrare i personaggi in base a un'ottica di buoni o cattivi. Salvo due o tre casi, emerge in maniera palese quanto ciascuno cerchi di restare a galla, di sopravvivere. Il problema è quando cercano di sopravvivere anche a dispetto degli altri, senza fermarsi mai a valutare le conseguenze delle proprie azioni. Ci sono gesti compiuti non necessariamente per cattiveria, ma di fatto poi vanno ad alimentare il male come trappole. Trappole che restano molto utili invece a chi vive come uno sciacallo, sfruttando la sofferenza altrui per alimentare la propria popolarità.
Sono pochi in realtà  gli individui effettivamente negativi, ma le loro opere, contornate da un'indifferenza di fondo, hanno effetti amplificati su chi le riceve e ne esce distrutto.
Complicate, dai percorsi tortuosi sono le esistenze di Jessica, Justin ed Alex, incastrati da interrogativi sottili: sono realmente vittime o carnefici?
Anche i personaggi inequivocabili generano perplessità: ciascuno commette i propri errori per scrivere questo dramma. L'innocenza è sempre impastata ad altro. Non riesco a parlarvi di eroi, o se ci sono hanno comunque perso la guerra.
I colpi di scena sono seminati lungo la strada, ma molti si concentrano verso le ultime puntate. Il senso di sospensione della narrazione lascia spazio alle riflessioni, che dovrebbero essere frequenti, dovrebbero essere tante e pesanti come macigni. 
"Tredici" è senza pietà. Non ci viene risparmiato nulla perché è troppo cruento o potrebbe impressionare terzi, è un aspetto che amo come non mai. Un aspetto che fa piangere, strappare i capelli, così sincero da far sanguinare gli occhi. Una storia resa in maniera cruda e priva di fronzoli, perché quel "why" finale si deve stampare in testa a tutti. Tutti devono ficcarsi quella domanda nel cervello e portarsela dentro, chiedersi se ne valesse la pena. Se ne vale davvero la pena quando qualcuno si uccide o si può anche intervenire prima.
La serie ha ricevuto lodi e critiche. Sensibilizzazione o istigazione al suicidio?
La verità è che nessuno si suicida dopo aver guardato una serie tv. Nessuno ne muore, non è "The Ring". Non è una manciata di puntate a sconvolgere radicalmente l'esistenza di un individuo; ci sono una serie di fattori a monte che troppo spesso e volentieri vengono ignorati. Diciamoci la verità: quante volte qualcuno vuole parlare e la risposta è sbrigativa, oppure gli si dice "un'altra volta, non c'è tempo"? Quante volte la mancanza di ascolto genera rampicanti putridi nell'anima delle persone e questi crescono, crescono, crescono, finché non è davvero troppo tardi e si grida al disastro?!
Mi auguro che dopo "Tredici" gli spettatori siano più attenti ai segnali, che cerchino di guardare le cose dalla giusta prospettiva e tendano una mano laddove ci sia il sospetto di depressione da parte di qualcuno. A volte basta così poco per salvare una vita. Ci sono persone che si salvano per un soffio. È una perdita per tutti quando quel soffio viene mancato, perché quello che adesso ignorate presto potrebbe distruggere anche voi.
Voglio porre un'ennesima obiezione a chi sconsiglia ai più sensibili di guardare la serie. Non dovrebbe alimentare la voglia di farla finita, dovrebbe insegnare a guardare e non comportarsi così. Non come lei.
Osservate. Osservate ciò che fa Hannah e agite diversamente. Se volete superare le crisi, stare meglio, sopravvivere, aggrappatevi a chi vi tende la mano. Il primo enorme, imperdonabile errore lo commette lei stessa, quando comincia a chiudersi e sente di non essere più recuperabile. Hannah si accorcia l'esistenza da sola ogni volta che qualcuno le propone un aiuto e reagisce diffidente e con rabbia, allontanando anche quello. Restate sempre calmi, non siate prevenuti. Tra le persone che state allontanando potrebbe esserci qualcuno in grado ancora di salvarvi.
Il suicidio vero è quando decidete voi stessi di non poter essere guariti da nessuno; fatelo decidere agli altri se siete dei casi disperati, apritevi con chi tiene a voi e fa i salti mortali per aiutarvi. Spesso chi vi vuole bene o meglio ancora, vi ama, ha molte più risposte per tranquillizzarvi di quante potreste trovarne cercando da soli nella vostra stanza a cui ormai avete spento la luce. 

lunedì 24 aprile 2017

Le conseguenze.


Ieri ho visto un cane morire avvelenato. 
Scrivo questo post perché le persone sono di pietra, perché gli esseri umani non sono degni di essere definiti tali. Certi titoli la gente dovrebbe meritarseli. 
Ma già ho capito benissimo che il mondo non si merita niente.
Voi... sì dico proprio a voi. Voi che fate il male con questa vostra leggerezza e poi andate a mangiare una pizza... la pizza vi si deve incastrare in gola, e che nessuno ci sia ad aiutare individui così poveri e miserabili in quel momento. Dovete affogare nella vostra stessa intolleranza, nel vostro stesso odio. Dovete crepare soli. 
Voi. Quando fate questi capolavori, invece di andare a vivere la vostra spensieratezza, vi porterei da un veterinario a vedere il dopo. Lo dovete guardare, che effetto fa poi, il vostro capolavoro.
Lo dovete vedere, quanto siete bravi. 
Dovete assistere al mugolare di un animale spaventato che cerca di sopravvivere, mentre il corpo non reagisce più e fa come vuole; dovete guardare il panico negli occhi dei padroni, mentre cercano di fare qualcosa e ogni speranza affonda tra le lacrime. Quando prendono in braccio un corpicino esanime ma cercano ancora di salvarlo. Dovete assistere con attenzione, quando il veterinario prova a risolvere ma è costretto a dire che non c'è niente da fare.
Dovete respirarlo in prima persona, lo schifo che create. Perché raccontato così non rende.
Vi dovreste strappare la pelle dalla vergogna. 
Invece avete ancora il coraggio di andare in giro, con quelle facce identiche al fondoschiena.
La notte non dovete dormire: vi deve girare il pianto dei padroni nella testa, come un brano ripetuto in un loop infinito. I loro pianti devono essere l'ultimo suono che sentite in vita vostra.
Vi dovete vergognare di esistere. Non ve lo meritate, perché chiunque voi siate avete distrutto una vita per divertimento, e con quella vita tutto ciò che c'è dietro.
Distruggere una vita ne distrugge sempre tante intorno.
E voi potrete fare spallucce, dire che era solo un animale. Ma gli animali veri siete voi, perché io non ho mai visto cani uccidere per loro divertimento, ma le persone sì.
Le persone sono così poco persone, che non si vergognano nemmeno ad uccidere i propri simili.
Fatevi due domande.
Io non mi aspetto più che qualcuno capisca. Non mi aspetto più nemmeno che qualcuno legga. Ciò che scrivo è crudele, è troppo spietato; in realtà è solo la vita così.
Io mi limito a raccontare. 
Questa pagina in realtà la scrivete voi. 
Voi che praticate il male e vi aspettate che non se ne parli.
È troppo comodo che nessuno ve lo ricordi mai. 

domenica 23 aprile 2017

Crimson Peak. Un'irripetibile danza macabra.

Questo è un film che ha davvero molto da offrire e non sto parlando degli occhioni blu di Tom Hiddleston... ok ci sono anche quelli, ma sono un discorso a parte. 
Edith Cuscing, pargola di un uomo d'affari abbastanza potente, ha visto sporadicamente il fantasma di sua madre, che ad ogni incontro le ha intimato di stare alla larga da Crimson Peak. La ragazza anche crescendo continua a credere ai fantasmi, tanto che scrive una storia incentrata su di loro. Il manoscritto piace tanto ad un audace giovanotto-occhioni blu, Sir Thomas Sharpe, baronetto con l'aspirazione di fare l'inventore, che ne approfitta per porgere le sue avanches alla nuova Mary Shelley. 
Lei accetta di buon grado, ma il padre, che la vedeva già in sposa a un medico molto gentile che la conosce da anni, Alan McMichael, cerca qualche falla nella storia personale del ragazzo. E non resta deluso: impedisce il matrimonio perché entra in possesso di documenti interessanti. 
Tuttavia muore e l'unione diviene effettiva: Edith va a vivere con Thomas ... e la sorella di Thomas, Lucille. 
I due fratelli dopotutto hanno sempre avuto solo quella casa in cui vivere e il patrimonio di famiglia è inesistente. Andrebbe anche bene (veramente no) se non fosse che Lucille è simpatica quanto un caimano a digiuno. Dimostra da subito una LEGGERA ostilità nei confronti della novella sposa, nonché una LIEVE intromissione nella vita di coppia del fratello.
Edith non vive bene lì: la casa è praticamente a cielo aperto, marcia e devastata in più punti e, siccome è situata su di un giacimento di argilla rossa, la stessa esce anche dalle assi del pavimento. Il sogno di Thomas è quello d'inventare un macchinario di estrazione e seguitano i tentativi... ma sua moglie continua anche lì a vedere fantasmi. La giovane è sempre più debole e le visite indiscrete degli spiriti cercano di dirle qualcosa. Ma cosa?!
Salterei l'analisi del personaggio del padre: fa a malapena in tempo a dire che Thomas non può sposare Edith e corrompere i due fratelli per farli partire, che all'istante muore. Però rende bene l'idea, perlomeno si dimostra autoritario e categorico.
Ben riuscito è il ruolo di Alan. Anche se poco presente ci mette tutta l'intenzione... e per fortuna. Di lui apprezzo la tenacia e l'infinita pazienza, ma capirete poi. Anche se non si può dire che domini la scena, è comunque d'impatto.
L'intero film è monopolizzato dai fratelli Sharpe, Edith e la casa.
Sì, avete letto bene: la casa. Ha un suo respiro, è piena di segreti, di spiriti, possiede una vera e propria anima, vive in maniera pesante addosso ai protagonisti. È come se la portassero sulle spalle. La casa è morbosa: trattiene tutti e nel contempo li spinge a scappare. La casa è piena zeppa di passato che da un lato è solo da dimenticare, ma invece viene conservato. Sembra quasi che sia pronta ad uccidere da un momento all'altro.
Edith e Lucille hanno entrambe due caratteri forti: Edith per il bene dell'amato sa incassare le provocazioni ma nel frattempo tenere un occhio aperto. Il suo personaggio è riflessivo, intelligente, portato all'indagine. Non si fermerà davanti alle mezze verità.
Dulcis in fundo, amo Lucille. Non tanto per il suo ruolo nella storia, quanto per il semplice fatto che non è affatto semplice essere lei, seguire il suo filo logico, le sue reazioni. Jessica Michelle Chastain rende Lucille in maniera assolutamente fantastica. È reale, ti butta addosso i suoi sentimenti nell'immediato. Diretta e brutale.
La parte migliore la recita Tom. Lascia senza difese notare come sulle prime sembri quasi privo di slanci d'umanità, per poi lasciarla esplodere tutta all'ultimo. Il suo viso da una maschera piuttosto spavalda si evolve nell'arco della narrazione, fino a palesare amore, sofferenza, pentimento, pietà in maniera non convenzionale. Offre moti interiori che vanno scavati a fondo e necessitano di riflessione.
Mi ha colpito l'insieme. Ogni ingranaggio è al posto giusto e funziona in maniera perfetta.
Il finale vi porterà a battere i pugni e strapparvi i capelli. Il dramma è serpeggiante, velenoso, infesta l'ambiente fino al suo giungere devastante. Fino a che non si può più ignorare l'ovvio. 
Un film crudele, pieno di pathos, impietoso, da guardare fino a consumarsi gli occhi.
Mi ha tolto dieci anni di vita, ma lo avrei guardato un'altra volta appena finito.  

mercoledì 22 marzo 2017

Dov'è il pulsante rosso?

Sto sudando l'anima in questo corridoio infernale e le pareti sembrano stringersi.
L'unica cosa che dovrei fare è premere il pulsante rosso.
Lo farei, se ricordassi qualcosa. Se solo ricordassi come sono finita in questo posto, i muri pieni di gigantografie di ricordi della mia infanzia.
Devo premere il pulsante rosso. So che c'è, ma non so dov'è.
Avevo gli occhi pieni di gioia: la potevi percepire come petardi, schizzare fuori dalle pupille pulite e ingenue. Le manine gonfie in un pugno che non è stato mai dato veramente.
Troppe volte quel pugno me lo sono data all'anima, invece di darlo a chi senza ritegno mi ha accoltellata ripetutamente, senza nemmeno chiedere scusa.
Quella era solo la prima immagine incollata alle pareti, impastate di disperazione, come un sudario.
La seconda.
Stavo sputando la minestrina, ovunque. I capelli corti e ricci, che sono rimasti tali finché c'era un sorriso da incorniciare, poi hanno ceduto anche loro, delusi, verso il basso, come la mia bocca.
Anzi, purtroppo la mia bocca piega in una direzione falsa, accenna un sorriso anche quando avrebbe voglia di vomitare merda.
Ho una bocca fasulla, sfregiata a forza da un ironico destino, verso l'alto.
O forse le mie labbra inconsapevolmente credono ancora in qualcosa.
La terza.
Stavo cercando di usare il girello, in una maniera che nemmeno gli stambecchi zoppi... ok, avete capito, più o meno. Non importa.
Non c'è nessuno, in mezzo allo zolfo, che possa capirmi.
Dov'è il pulsante rosso?
La pelle mi fa male per il dolore, il sangue addosso è colloso, prude e voglio grattarmi fino a che non si stacchino le croste. Voglio concedermi di cadere a pezzi.
Le foto sono coperte da (vernice?) rossa, come se avessi cercato di cancellarle con degli scarabocchi. Sono stata io? Con cosa?
Lo sguardo vacuo, spento come quello delle mucche al mattatoio.
Non voglio chinarmi a vedere se ho le mani sporche.
Oltre gli scarabocchi, tre grossi no, enormi quanto le gigantografie.
Wrong.
E questo è solo l'inizio: l'immenso corridoio fa girare la testa, pieno di vernice densa, rossa e pesante. Altri ricordi distrutti.
Mi sono pisciata addosso e ciò mi fa sentire putrefatta. Il puzzo del piscio impastato alle ferite è come una botta in testa.
Gira tutto.
Ditemi dov'è il pulsante.
Non voglio andare avanti.
Il mio corpo è in brandelli dal terrore, lo chiamo e non risponde più.
Muovo cinque tremanti passi.
Non bastano.
Altri cinque...
Qui ero in un bosco, posso sentire ancora l'aria frizzante lambirmi in una danza selvaggia.
Il mio cappottino profumato, come quello di tutte le bambine.
Perché le bimbe crescono e poi diventano diverse?
C'erano dei giochi di legno, costringevo i miei a passarci le ore.
Quanto mi piacevano quegli alberi...
Avevo sei anni, in quel bosco non è rimasto un ciuffo vivo. Hanno abbattuto qualsiasi cosa.
Non vedo come avevo i capelli: una spaventosa macchia rossa, colante, sfregia l'intera faccia.
Inghiotto fiotti di sangue, sangue che denso risale e mi costringe ad andare avanti, tremante.
Se avessi un'anima scapperebbe adesso terrorizzata. È troppo da sopportare.
Il corridoio è pieno. Pieno di vernice rossa ovunque, ovunque "NO" a caratteri cubitali sulle uscite al mare, i compleanni, le gite, i fuochi d'artificio, le carezze, gli abbracci, ogni minimo residuo di calore.
Girando più volte su me stessa, tremando, cagandomi addosso, perdendomi anche se la strada è una sola in rettilineo, trascinando il mio povero essere nello strazio di vedere e rivedere ciò che è stato, fino alla nausea, fino a perdere i sensi, giungo in fondo a quel corridoio che sembrava non finire più.
Tre immagini sono immacolate, in evidenza. Il caos non le tange. Non una firma, non una scritta, non una sbavatura.
Risoluzione perfetta.
Nitide.
Una sequenza di lavori persi.
I tradimenti. I tradimenti. I tradimenti.
Colleghi, amici, uomini che amavo e mi hanno sparato al cuore con leggerezza. Poi hanno preso ciò che restava di me, di una me sanguinante e incerta e l'hanno ridotto in poltiglia.
Esposti in bella vista, i miei fallimenti.
I brividi di freddo mi mettono in ginocchio, urlo di dolore per le infinite volte in cui il gelo della solitudine mi ha fatto cigolare le ossa, come quando violenti una forchetta contro il piatto, fino a che non ti sanguina l'orecchio.
Fa così freddo che la pelle non è più croste; è polvere.
Gli organi esposti, le infezioni.
L'ultima foto.
Sul fondo del corridoio.
È una via d'uscita, è una porta trasparente che dà su uno splendido giardino.
Ma è un'immagine. Non posso aprirla.
C'è solo, a terra, un colossale pulsante rosso.
Raccolgo le ultime forze e lo pigio con rabbia.
Proprio mentre lo faccio, una figura mi scavalca e apre la porta d'uscita disegnata...
Lo sconforto mi è padrone...




Nessuno seppe mai come fece.
Un olezzo rivoltante infestava la stanza.
La trovarono con la pancia aperta.
Le budella rivoltate sopra un album di foto.

venerdì 17 marzo 2017

Recensione: Il tempo e la felicità, Luciano De Crescenzo

Voto: Tre stelle e mezzo 

Trama: Il protagonista abita a Roma in via dei Fori Imperiali. A una certa decide di mettersi a scavare in cantina per vedere cosa trova, fino a quando, preso dalla foga, non rende la piccola buca un vero e proprio cantiere di scavi abusivi. Egli rinviene dei reperti importanti nonché i papiri in cui Lucilio, allievo di Seneca, rispondeva alle note "Lettere a Lucilio". 
Aiutato dall'impavida Alessia e dal suo fidanzato Enrico il papirologo, riuscirà a decifrare le lettere. Luciano e Alessia si ritrovano a leggere la corrispondenza epistolare tra i due filosofi e si divertono a commentarla, mentre il tempo passa e la felicità resta un obiettivo incerto e complicato, ma fa parte del gioco.

Recensione: Gradevole, senza rischiare di diventare troppo pesante tra un botta e risposta e l'altro; lo scambio tra i due filosofi, ricco di significati profondi e consistenti, viene alleggerito dalle discussioni più terrene e pratiche di Luciano e Alessia che s'improvvisano filosofi moderni e si divertono a prendere le parti dell'uno o dell'altro. Molto carini davvero, danno né più né meno l'impressione di due amiconi che al cinema si danno gomitate commentando il film, neanche fossero compagni di merendine.
Ma vi spiego com'è nata la loro amicizia dalle fondamenta: Luciano comincia a scavare in cantina e a un certo punto si accorge di avere bisogno di un parere di un professionista, o quasi. Qui cerca l'aiuto di Alessia, che partecipava già a degli scavi ufficiali poco distanti da lì; le mostra la sua collezione di ritrovamenti e lei inizialmente non approva, poi divertita dal rischio si fa complice e non lo denuncia alle autorità. Solo che per rimettere in sesto i papiri hanno bisogni di Enrico, uomo tutto d'un pezzo e forse troppo all'antica per Alessia.
Tra il maestro e l'allievo delle lettere, salvo varie sfumature che non mi tornano, preferisco l'allievo. Lucilio ha una visione più dinamica della vita, che si pone fortemente in contrasto con l'impassibilità che Seneca raccomanda in continuazione: chiede di non mischiarsi ai banchetti, a ciò che il popolo comune fa, ma le risposte che riceve sono altrettanto di carattere e a tono. L'allievo si pone sempre per la mediazione, per il godersi i piaceri della vita senza giungere agli eccessi ma evitando il fastidioso moralismo, che spesso impone l'assurdo. Come se i due si potessero suddividere tra l'idealista e il realista; Seneca si sforza troppo di sembrare fuori dal mondo, rispetto a un Lucilio che, è più disposto a patteggiare e analizzare le situazioni.
Lucilio mi ha colpita tanto quando, in risposta all'invito a fingersi povero per qualche giorno e di vivere umilmente, così da essere pronto in caso tempi peggiori dovessero sopraggiungere, rifila una stoccata cruda e tagliente: atteggiamento con il quale smaschera diversi consigli che denotano una certa ipocrisia di fondo:

A mio avviso, infatti, il problema non sta tanto nell'avere davanti un pollo farcito o un tozzo di pane duro, quanto nell'avere all'interno del proprio animo la consapevolezza di essere ricco o quella di essere povero. Che io mi alzi da tavola con la fame, quando so benissimo che, volendo, potrei mangiare tutto quello che mi pare, non serve assolutamente a nulla. Al massimo potrebbe essermi utile per mantenere la dieta. Come a dire che, per vivere da povero, bisogna essere sul serio poveri, e provare a vedere, almeno una volta nella vita, i propri figli invocare con le lacrime agli occhi un tozzo di pane e non avere di che sfamarli. Solo questo tipo di sofferenza, credimi, può irrobustirti l'animo. 
Ho gradito davvero la forza emotiva dell'allievo, che nonostante non sia più giovane,  conserva in sé un certo spirito di contraddizione, una propria irruenza. Più Seneca intima a questo mare di placarsi, più generalmente riceve un: "Sì, ma..."
La stessa "conflittualità" si conserva nel rapporto insegnante/allieva, dove più Luciano cerca di spiegarle la vita, più riceve persino rimproveri che danno corpo a leggeri battibecchi. 
Simpatici i punzecchiamenti, ma soprattutto puntano al cuore i messaggi universali e viscerali che emergono dalle pagine: sta alle singole persone assorbirli e farli fruttare secondo la loro anima, farli risuonare mediante la vita.
Come se il tempo non fosse mai passato, come se fosse solo un'idea.
Il nucleo dell'essere umano dai tempi di Seneca e Lucilio non è cambiato affatto: gli stessi temi angosciano l'uomo contemporaneo; forse anche la felicità è già stata scoperta da qualcuno e si nasconde in qualche angolo, tra le pieghe del passato che in realtà non passa. 

Ora mi chiedo: a che serve essere l'imperatore del più grande impero del mondo se poi si è costretti a vivere nel terrore? Vuoi vedere che è meglio essere povero e alla fine morire tra le braccia di un amico che ti vuole bene? Addio


giovedì 9 marzo 2017

L'anomalo Anomalisa.





Voto: Due stelle e mezzo.
Non sono mai stata una sadica. Non sparo a zero, non faccio stroncature, ma non mi dovete far incazzare.
Cercherò di essere specifica sul perché sono rimasta delusa da un film che dal trailer prometteva di essere davvero spettacolare. Tutte queste cinque stelle se l'è perse per strada.
Dal punto di vista tecnico è ben strutturato: non mi ritego una fan accanita dello stop-motion, ma è ineccepibile. Ambientazioni e personaggi sono ben resi e meritano gli svariati premi ricevuti, ma non sono loro il problema: il tallone d'Achille è la storia, non tanto perché lasci con l'amaro in bocca, quanto per il fatto che non conduca davvero da nessuna parte. Se è vero che ciascun film è un viaggio, il protagonista non si è mosso da casa. Sta ancora facendo le valigie. 

La trama: Michael Stone, autore di manuali per la gestione ottimale dei clienti, vola a Cincinnati dove l'aspettano per una conferenza. Ha un grave problema che non osa confidare: per lui tutte le persone non hanno identità. Letteralmente: hanno lo stesso viso e la stessa voce (maschile, asettica), si tratti di donne, uomini o bambini. La sera prima del meeting, per caso s'imbatte in Lisa: ha un suo viso, ha una sua voce. È l'anomalia miracolosa che aspettava da sempre?



IL TRAILER

Recensione: Forse sarebbe meglio dare un voto al trailer, che all'intero film. Proprio fatto bene (il trailer), racchiude perfettamente i concetti chiave, i presupposti che nel corso della pellicola vengono traditi uno ad uno e presi a coltellate brutalmente.
Eh niente... sia "Il ladro di orchidee" che "Se mi lasci ti cancello" -scritti come Anomalisa da Charlie Kaufman- mi hanno strappato un pezzo di cuore, non  capisco proprio cosa sia andato storto stavolta. 
Sarebbe stato piacevole trovare in tal film una sorta d'introspettività, invece è un vicolo cieco: una volta attraversato non c'è un muro, ma proprio il nulla più totale. 
Ci si accorge fin dall'inizio che l'intera faccenda è sinistra e inquietante: ogni personaggio, dai bambini alle donne, ai cani, parla con la stessa voce identica, da uomo. Grottesco, geniale... ma adesso continua. 
Lui è un po' annoiato e/o scocciato dall'intero ambiente che lo circonda, la gente intorno viene percepita più che altro come un increscioso spreco di ossigeno e non fa niente per nasconderlo. Fino a una certa l'ho anche compreso, perché se io prendo un taxi o mi faccio portare le valigie in camera da un facchino, magari non mi aspetto né voglio che per tutto il tempo mi consigli punto per punto cosa fare per l'intera mia permanenza. Gli sconosciuti riconosco che sono molesti, poi con quel timbro lì... sorvoliamo. 
Sprofondiamo nell'altezzosità totale quando in hotel lo chiama la (povera) moglie (hanno anche un figlio) per avere sue notizie, al che viene seccata con poche frasi ben assestate, della serie "lo sai che non mi devi fracassare i maroni quando sto aspettando la cena del servizio in camera" (non è stato così fine, ma l'atteggiamento lasciava a immaginare). Quindi, a dimostrazione più che coerente del voler restare da solo a godersi la quiete, decide di cercare una vecchia fiamma abbandonata dieci anni prima. Lei, ancora innamoratissima e speranzosa, acconsente a vedersi ma sapete... ha quella voce così fastidiosa e molesta; appena lei lo mette di fronte ai suoi errori esposti in bella vista, il nostro protagonista comincia ad andare in tilt e rispedirla da dov'è venuta nonostante lei avesse dei sentimenti ancora palesemente accesi nei suoi confronti.
Quindi insomma, la noia mista al tedio e fardello di essere così tremendamente straordinario rispetto agli altri poveri esseri umani che non capiscono niente, lo conducono di nuovo verso la sua stanza. 
Si è quasi arreso, quando nel corridoio avverte una voce fuori dal coro: l'unica che suona diversamente dalle altre, infatti questa almeno è da donna... mi ero leggermente stufata a sentire sempre lo stesso timbro in falsetto. Finalmente, direte voi, meraviglioso: abbiamo la soluzione al dramma. 
Esaltandosi per il fortuito incontro, la invita a bere qualcosa nella sua stanza. Ok essere l'insicurezza fatta femmina, ma ci tiene minimo minimo dieci minuti in corridoio per decidersi a dirgli di sì. Appena i due si ritrovano soli, impiegano altri tre quarti d'ora anche solo per capire di cosa mettersi a parlare...e in maniera più generica sembrano non sapere proprio dove stia di casa avere una relazione. Insomma avete capito: flemmatici in tutto e in più lui convince lei a cimentarsi in una versione di Cindy Lauper che non vorrei udire mai più. Sorvolando la triste lentezza di entrambi, siamo comunque contenti per lui che si sia sentito capito...
Invece, il giorno successivo in cui stanno già facendo milioni di programmi insieme per la loro vita futura (e la moglie? E il figlio?), lui la osserva bene mentre fanno colazione. E lei è fastidiosa. Molto fastidiosa. E comincia a cambiarle la voce. Sta diventando spaventosamente simile a quel timbro che è costretto a sentire ovunque. 
Quindi insomma, il nostro brav'uomo, gettando palle e coerenza in un tritarifiuti nel contempo, decide alla fine di fare il padre di famiglia, restando con la moglie a cui pesa la testa per quel bel cesto di corna che si porta appresso. 
Ricapitolando: si è stufato di una donna in un giorno all'incirca e non ha nemmeno il coraggio di dire alla moglie che è un idiota. Ma tanto lei lo ha capito e fatto capire allo spettatore, da quattro occhiate che gli ha lanciato. 
Tanti saluti alla comunicabilità, all'ipotesi che possa esistere qualcun altro in grado di comprenderlo.
Le premesse del trailer, ottimo specchietto per le allodole, vengono tradite una ad una. In primis quella di valorizzare ogni essere umano. Viene sfruttato questo punto di partenza, il presupposto di cercare il dettaglio che rende speciale ciascuno, mentre le vite dei personaggi vengono appiattite tutte tranne quella di Anomalisa, valorizzata anch'essa fino a un certo punto.  Detto molto per le spicciole: alla fin fine sono solo parole: il protagonista non cerca realmente il dettaglio che valorizzi le persone, anzi fa esattamente il contrario. L'unica vita di cui realmente gli importi qualcosa è la propria; gli altri sono un contorno.
Anche le stesse riflessioni esistenzali sono egoistiche: Michael Stone si pone domande solo ed esclusivamente riguardo il suo dolore e finge di porsele nei contronti degli altri. Risulta erroneamente altruista con i propri consigli e manuali; è il primo a dare veramente poco e pretendere parecchio.
Il comportamento del protagonista è giustificato dalla Sindrome di Fregoli (lo stesso hotel in cui alloggia si chiama Fregoli), che è una rara malattia psichiatrica da cui è affetto.

I pazienti con la sindrome di Fregoli si convincono che le persone che li circondano siano sempre la stessa, che assume aspetti diversi per perseguitarli. " È un fenomeno molto raro, ma, a dispetto del nome, molto drammatico. Le persone colpite sono talmente immerse nel loro delirio da diventare talvolta aggressive", spiega Massimo Biondi, specialista in psichiatria all'Università di Roma La Sapienza.  
La sindrome di Fregoli non è l'unico disturbo psichiatrico che viene in mente guardando Anomalisa. Nella sindrome di Capgras, detta anche "delirio dei sosia", ci si immagina che le persone con cui interagiamo siano state sostituite da impostori. "Abbiamo avuto un paziente convinto di essere circondato da robot. Un'allucinazione durata una settimana, poi riconosciuta come tale", continua Biondi. In Anomalisa i volti di tutti i personaggi sono solcati da fessure, come fossero il risultato di pezzi di metallo incastrati. Durante una lunga sequenza onirica (qui commentata dai due registi) il viso del protagonista si stacca dalla testa, come un paraurti montato male.
Clicca per leggere l'articolo integrale 
È resa bene la Sindrome, reso bene l'espediente della voce unica, dei sosia/robot, ma non è quello il punto.
Il punto è che una malattia, se si è persone realmente introspettive e/o oneste, non la si affronta sfruttando gli altri come se fossero cose, facendogli credere di essere importanti e poi gettandoli via. Un comportamento tale denota un'immaturità di fondo diversa.
Tale film è come affermare che, se si ha il disturbo psichiatrico adeguato, si è autorizzati a distruggere una famiglia (sarò un po' all'antica, ma anche se torna con la moglie, una notte in hotel con un'altra la famiglia la distrugge e poi come), i sentimenti e le vite altrui.
Posso comprendere che il protagonista si senta frustrato, deluso, distrutto e decisamente per niente appagato nel relazionarsi con il prossimo, ma quindi che facciamo: se un uomo è affetto da un disturbo omicida, lo mandiamo ad ammazzare la gente perché poverino è malato?
Nemmeno si può dire che Michael ne esca diverso: alla fine opta per la via certa, tanto il mondo è meccanico e indifferente, come se le persone non possedessero l'anima. L'unica cosa su cui fortunatamente è convenuto è di non fare cambiamenti epocali per non far danno.
Ad ogni modo credo che Kaufman sia riuscito nell'intento di lasciare sgomenti/sollevare polemiche. Su questo non c'è il minimo dubbio. 

mercoledì 1 marzo 2017

Per Matteo

Da quando non mi si vedeva per terra, quindi credo che in fin dei conti non sia cambiato nulla in nessun senso, ho cominciato ad avere il terrore delle incomprensioni. La testa si riempie di "perché". Perché mi hanno urlato contro solo perché dicevo la mia, perché mi giudicavano perché mi comportavo in tal modo. Perché perché perché.
Penso sempre che la società sia troppo superficiale e impieghi veramente poco a deviare un infante: t'impongono che sbagli a pensarla in un modo, che devi avere paura a dire tal cosa, che tanto non ti capiranno. Così da bambina sfacciata ed estroversa, a forza di "colpi di frusta" sono divenuta gelosa dei miei pensieri, li stipo tutti dentro la testa affollata. Non escono mai. 
Sapeste il nervoso che mi prende quando non si capisce ciò che intendevo. Sono ferite passate presenti e future, le incomprensioni. Hanno avuto sempre uno strano filo conduttore: come una corda intrecciata da una maestra, poi lanciata a una compagna di banco, fino a propagarsi nel gruppo di amici, nelle relazioni, nel lavoro.
Tante volte non dico ciò che penso, perché mi terrorizza che gli altri non capiscano ciò che intendevo. 
Temi così delicati pertanto non li affronto mai, ma è da giorni che voglio scrivere a proposito della speranza. E spero che nessuno capisca diversamente da ciò che volevo comunicare. 
Proprio ieri sono rimasta colpita da un articolo (leggilo qui) di un ragazzo che ha deciso di vivere, anzi ha paura di morire. 
E lì per lì ho pensato solo che avrei voluto solo scrivergli e complimentarmi, ma prima che arrivi l'equivoco mi spiego subito: non è questione di essere più bravi o meno di chi sceglie l'eutanasia, anzi sono decisioni che rispetto perché io stessa non so come reagirei, con la mia stupida abitudine di vedere tutto nero. 
La mia indignazione parte invece dal leggere sui social commenti che accusano chi ricondivide l'articolo di moralismo. Mi fanno cadere la mascella gli attacchi gratuiti a un ragazzo che, come chi lotta per un sollievo con la morte, sta lottando per l'inversa causa.
Si sta perdendo completamente il senso della morale. Il mondo si deve riprendere un attimo, perché quando una persona sta già cercando di vivere a pieno con i propri enormi problemi, la si dovrebbe aiutare e sostenere a prescindere che la sua scelta sia la vita o la morte.  Non che se è la morte allora ha fatto benissimo e se è la vita allora la scelta è da criticare. Chiedetevi a questo punto, se l'umanità è realmente umana, perché difendere il diritto alla morte non significa ostacolare il diritto alla vita. 
Ma l'italiano medio come sempre deve farne un minestrone per dimostrare agli altri che è capace di partore un pensiero. Un applauso allora. 

Per svariati minuti dopo la lettura ho pensato a Matteo, che gli avrei voluto scrivere, perché non è colpa di nessuno se non tutti se la sentono di continuare a vivere; pensate che c'è chi si suicida per minuzie in confronto. Gli avrei voluto scrivere che mi ha fatto sorridere, ma non per la storia dell'appello a Dj Fabo, di cui rispetto la scelta; mi ha fatto sorridere perché fino a un attimo prima c'erano migliaia di pensieri che mi affliggevano e che pensavo fossero ostacoli insormontabili, invece mi ha fatto vedere la speranza. Volevo solo ringraziarlo, perché ho trovato in lui una fiamma così incandescente da ravvivare la mia che tende a traballare. E che spero continui ad ardere, perché gli è stato dato un dono grande: la forza di mostrare alle persone che non bastano i problemi, non basta la crisi con la mancanza di lavoro, non basta un amore mancato, non basta un errore a toglierci il futuro. Mi ha fatto capire che siamo noi, fino all'ultimo, a decidere se il futuro c'è o meno; non il futuro che decide all'ultimo se manifestarsi a suo piacimento, come un'anguilla che sfugge dalle mani. Spero di tenere bene a mente, che una strada può esserci sempre se la voglio con tutte le mie forze.
Grazie per avermi insegnato che guardo la mia vita dalla prospettiva sbagliata. 

Il blog di Matteo

Recensione: Ciò che Inferno non è, di Alessandro D'Avenia

Voto: * * * *
Trama: L'occhio analitico e introspettivo dello scrittore presenta Palermo negli anni '90: c'incanta con la figura di Don Pino Puglisi e con le storie dei numerosi giovani che hanno interagito con lui. 
È il 23 maggio del '92 , giorno in cui dei ragazzi assistono dalla piscina, al telegiornale che mostra l'attentato a Giovanni Falcone. 
Federico -uno dei ragazzi, che talvolta funge da narratore interno- resta così stupito dalle opere di Padre Pino Puglisi, che a soli diciassette anni decide di non partire per l'Inghilterra, al fine di aiutare il sacerdote con le famiglie di Brancaccio, oppresse dal macigno della mafia. La strada verso la verità non è sempre la più semplice; anzi è una lotta continua, di cui gli innocenti portano i segni sulla pelle. La via per imparare a non avere paura è la più impervia e lunga. Federico, dal suo nido protetto e ovattato, è costretto a guardare il mondo per ciò che è effettivamente; ad abbracciare la vita per la sua bellezza ma anche per le brutture e atrocità di cui è capace. 

Recensione: Non è la prima volta che ho a che fare con un libro di Alessandro D'Avenia. È uno dei rari scrittori che seguo fedelmente ogni volta che usa la penna da qualche parte. No dai, non così stalker, ma avete capito. Difficilmente resto incollata e fedele storia dopo storia, ma lui riesce a tenermi lì. Ci riesce perché è interessante, è profondo, sa farmi ritrovare il filo di me stessa, la speranza quando la perdo. 
Egli pone sempre in punta di piedi tematiche difficili e spinose, le getta davanti agli occhi del lettore come fossero una piuma, quasi con l'innocente e terribile onestà dei bambini. Dà a ogni cosa il giusto nome e quel nome si punta in testa come un chiodo: presenta gli avvenimenti in maniera cruda ma nel contempo poetica. Ciò che mi stupisce sempre dell'autore è che, senza edulcorare gli avvenimenti, riesce a renderli sacri, solenni e ciò vale tanto per un attentato, quanto per la visione di un tramonto. 
È come se trovasse la cornice perfetta per ciascun quadro/scena, così da convincerti a guardare a prescindere dall'argomento. Sa aprire le giuste finestre, in modo che diventi quasi matematico che qualcuno si affacci per curiosità. La qualità più grande che noto in lui è l'innata capacità di valorizzare qualsiasi cosa, fino a renderla sontuosa e irresistibile. Anche una scena trasandata e trascurabile, con lui raggiunge il fascino di una donna in vestito da sera: tu guardi lì, sei attratto dalla sua visione del mondo neanche fosse una calamita. 
Per rendere ancor meglio il concetto: dove punta il dito, gli altri guardano senza fiatare. Se da un lato della strada ci fosse il Presidente degli Stati Uniti a passeggio e dall'altro una foglia che cade e D'Avenia volesse portarvi a fissare l'attenzione sulla foglia, vi assicuro che ci riuscirebbe. 
Prima di entrare nel vivo della storia andiamo a conoscere Palermo. La città è caratterizzata nel dettaglio dalle increspature del mare, all'arte, agli odori, alle ingiustizie. Ne scaturisce un quadro poliedrico e sfaccettato in cui nessun dettaglio va perso; tuttavia un'indagine così minuziosa, un quadro così fedele, finisce per penalizzare la narrazione nella fase iniziale, che appare lenta. Scorrono molte pagine prima di giungere al cuore vero e proprio della storia, però l'attesa come immaginavo vale la pena. 
I temi principali e ricorrenti sono l'amore e il coraggio, destinati ad accarezzarsi e rincorrersi fino allo sfinimento. Vengono posti interrogativi impietosi, a cui molti sono necessariamente chiamati a rispondere, senza mezzi termini, con la vita. 
È il caso di Padre Puglisi, che pur di non piegarsi alle minacce continua con la sua missione: salvare le persone, ma soprattutto i ragazzi. Quelli disperati, quelli persi che a forza di cercare la via nel buio si sentono abbandonati e si lasciano fagocitare da quelle fauci nere. Tutti gli oppressi che, non avendo mai conosciuto l'amore, sanno solo opprimere e distruggere a loro volta. 
Federico ha un carattere puro e incontaminato, vive a Palermo in un quartiere sereno. L'animo sognatore e poetico che alberga in lui, va in tilt appena si scontra con la realtà cruda di Brancaccio: il quartiere che non sogna, il luogo che squarta l'anima dei propri abitanti, che riduce i sogni in cenere. Perde una bicicletta, prende un pugno in faccia, ma trova l'amore. 
Egli promette di ricavare un attimo per aiutare il sacerdote prima di partire per Oxford e all'improvviso ne esce cambiato, non vuole più partire. 
Don Pino lo porta con sé a trovare delle famiglie e in una casa c'è la bellissima Lucia, ragazza molto più pratica e disillusa. Per lei i sogni sono più difficili da realizzare, il successo è da costruire a partire da una vita di stenti. Il suo luogo è controllato da Cosa Nostra, i cui rappresentanti prendono i soprannomi di Cacciatore, ’u Turco, Madre Natura e rispondono alle sue leggi.
Lo scambio tra i due giovani è interessante, perché lui le insegna ancora a credere nei sogni e lei lo porta con i piedi per terra, gli fa vedere ciò che deve vedere e non solo ciò che vuole vedere. Lui che vive di sole parole, con la sua presenza si riempie di realtà e lei impara che le parole non sono promesse vuote, ma hanno una loro anima. L'equilibrio che si genera tra i due è intenso, vero.
Lo scrittore utilizza, per trattare l'emozioni, la stessa sensibilità con cui rende i paesaggi:

Il suo modo di ridere e di fare le pause mi mette le mani dentro l'anima. Me la fruga e ne spalanca le zone vuote. La sua presenza mi dà possesso di me stesso. Più la guardo, più desidero avere qualcuno da perdere, qualcuno per cui piangere, con tutto il dolore che comporta mettere qualcuno nel cuore del proprio cuore. 
La figura di Don Pino è paterna. Così immensa da abbracciare coloro che si sono persi. Come se "tutto porto", mantra ricorrente nelle descrizioni che D'Avenia fa di Palermo, fossero in realtà le sue braccia. Braccia dove la disperazione approda e trova qualcuno ad attenderla e placarla.
Il libro manda un messaggio forte: la più grande rivoluzione è l'amore, tanto che Don Pino replica alla morte con un sorriso. La violenza non è la soluzione, pone solo altre domande che avranno sete di risposte, sete di altro sangue e così via. Si riduce tutto a un circolo di prigionia. Ciascuno invece ha bisogno di essere amato. La speranza non è un bene per pochi.

E in quello sguardo loro vedono se stessi com'erano da bambini, il Cacciatore aveva un altro soprannome: Ricciolino. Era il nomignolo con cui lo chiamava sua madre. Quel sorriso lo riporta lì, quel sorriso gli dice: non sai quel che fai, tu sei altro. Quel sorriso è il castigo peggiore che possa capitare a un assassino, e il Cacciatore non potrà più dormire la notte. Ci sono delitti che cercano i loro castighi e finiscono col trovare solo il loro perdono. 

sabato 7 gennaio 2017

Cuore di neve



Ti ho già donato il mio cuore.
Se talvolta non l'hai visto è perché è fragile.
Di neve.
Lo porto in giro ingenuamente nella mano
e magari si ferisse;
si squaglia e basta.
Di quella poltiglia bianca
non resta niente.
Non fai in tempo a vederla,
quella strana gelatina,
che tutto la distrugge.

Lo pugnala.
Lo scioglie.


Eppure,
al costo di farti cadere le mani
dal freddo,
lo ricomponi.

Ogni.
Volta.

Lo tieni nella mano tua.
Che è più grande della mia.