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lunedì 16 dicembre 2013

Di panico

Strappo la carta da parati e me la mangio a colazione,
in questa casa non c'è niente di mio.
Le mie mani sporche di sangue.
I sorrisi non hanno sapore,
ogni mano tesa puzza di morte.
Coltelli in pancia
urli di un eco che non risponde mai.
Ti strappi la pelle per non morire,
un'altra maschera perché il mostro fa schifo da vedere.
Mi aggrappo come un gatto a quel muro, faccio esplodere i divani.
Quelle pareti m'inghiottiranno, mi strappano via l'esistenza.
Piange di paura il mio silenzio,
si torce lo stomaco e non lo sente nessuno.
Quelle vene che pompano sangue
che neanche lui vuole andare.

Tu che annuisci e sorridi non stai ascoltando davvero
è troppo diversa la mia dimensione.
Quel corridoio infinito di pianto in cui affogo e non mi trova nessuno.


martedì 3 dicembre 2013

Un nuovo inizio.

Ogni volta che la osservavo incerta, smarrita guardarsi intorno tra le ragazzine, era come avere cento pugnali in corpo. Feriva più me che lei.
Quell'anatroccolo smarrito che non sa fingersi cigno.
Paola, che fai? Gioca con le altre bambine!
Ma lei niente; nulla da fare.
E impazzivo, credevo che continuasse per ore con quello sguardo assente a fissare il mondo senza farne parte.
Ti prego, vai a giocare. Fallo per la mamma che ti vuole bene!
E pezzi di me cadevano a terra. Perché un bambino non è una continuazione. Quella scimmietta smarrita, incerta, timida, non sarebbe stata mai come la mamma. Bella, carismatica, piena di luce.
Dare la vita ad un essere umano che non si dimostra all'altezza.
Ma la vita parte realmente da noi?
No, certo che no.
E un bambino non è una continuazione; semmai un nuovo inizio.
E quell'anatroccolo non mi era mai appartenuto davvero; ma avrebbe avuto bisogno di me per imparare a volare. Perché dopotutto ero la sua mamma. Qualcuno aveva voluto proprio me al suo fianco. Per insegnarle ad essere forte.
Raccolsi la pazienza. Mi avvicinai.

-Paola, perché continui a fissare le altre bambine e non ti avvicini?
-Mamma, le altre bambine ballano al centro della stanza e sono felici. Ma se le seguo anch'io, chi consolerà quella bimba là, che piange perché non può ballare?

Allora la vidi. Coperta da tutti quei nastri, da quel mondo così appariscente, c'era un'altra piccola ballerina. Il gesso alla gamba la rendeva malinconica, perché non avrebbe ballato ancora per molto tempo. Guardava la sorellina volteggiare e singhiozzava, senza staccarsi da sua madre.
-Dici che se vado da lei, non piangerà più?

Senza risponderle niente, rossa in viso mi allontanai.
Perché una mamma forte non si commuove.

Difficile ammettere che i figli a volte nascono per insegnare qualcosa ai genitori.

mercoledì 27 novembre 2013

22 e 23 Novembre: Placebo a Bologna. Neanche la bufera è stata capace di spegnerci il sorriso.


_Placebo days_
Teoricamente quando recensisco un concerto non lo faccio sul blog, ma quando recensisco un concerto non sono nemmeno così di parte. Sarebbe una lotta persa ancor prima d'iniziare chiedermi di essere imparziale con questi tre (specialmente qui con mister sorriso, che stranamente era di buon umore).
Sì, sto parlando dei Placebo: i soliti per cui molta gente finisce sul mio blog, che quando l'ho inaugurato mi son detta: mi raccomando, usalo per la scrittura e non per i Placebo!
Einveceno! Le due cose sono entrambe pezzi di me; e questa band è la mia ispirazione. Pertanto mi son già arresa da un pezzo!

Da quando mi hanno accesa, è stata una sfida riuscire ad andare ad un loro live. C'era Lucca, ma mi ero appena appassionata. Troppo fresca. C'era Villafranca, ma le circostanze erano così avverse che ho gettato la spugna portando rancore a me stessa. Deridendomi "col tuo spirito non li vedrai mai dal vivo". 
Fortunatamente la vita è più originale di come cerco di crearmela e finalmente l'occasione c'è stata. Finalmente, con gli occhi che ancora luccicano, posso dire: a Bologna io c'ero.
C'ero e facevo anche parte di qualcosa di più grande, ero un pezzo del tutto. Sì, perché non c'era solo la performance dei Placebo: il 22 e 23, per i fans più incalliti (quelli ossessivi che ogni 2 secondi si leggono gli aggiornamenti nei social) hanno preso il nome di Placebo days; giorni non solo di musica, ma anche di ritrovo. C'è stato il Placebo party con gli Empty Meds; c'è stata la presentazione di Placebo 20years (in cui l'autrice Francesca Del Moro ha letto anche il mio contributo che ho condiviso all'infinito -non la ringrazierò mai abbastanza, perché sono orgogliosa di ciò-. Libro che sto leggendo a passo di lumaca per via degli impegni, ma che scende in profondità. Mi sta toccando l'anima non solo per il racconto delle vicende, ma perché con esso ti rendi conto di quanto i testi del gruppo siano vivi. Torni alle origini, al perché ti hanno bucato il cuore e la testa), ma soprattutto si è avuta la palese dimostrazione che anche i Molko sbagliano: perché i too many friends a quanto pare ci sono l'uno per l'altro e si ritrovano. E collaborano anche alzando dei "Thank you" sotto al palco durante le canzoni. Inutile a dirlo: i Soulmates son sempre i Soulmates!
Aggiungo che io purtroppo il 22 non c'ero (mea culpa) e ho cercato di godermi lo spettacolo all'Unipol anche se da lontano. Non ho molto da dire: mi ha lasciata semplicemente senza parole!

_Il concerto_


Io ero in tribuna, pertanto sono giunta sul luogo comodamente verso le diciotto e mezza. Un uccellino tuttavia mi ha raccontato che prima di ciò è accaduto il finimondo e la zona si è allagata. Quindi, chi era in fila ha perso anche il posto e ha dovuto ricominciare da capo l'intero iter; ma non è stato il peggiore dei loro problemi.
Comunque, veniamo a noi. Si è svolto tutto con la massima puntualità, a partire dai  Toy che hanno aperto le danze spaccando il secondo. Mai vista tanta puntualità tutta in una volta, davvero. Vorrei poter elogiare altre doti di spicco oltre la precisione d'orari, ma nonostante siano stati carini e gradevoli non mi hanno particolarmente colpita. Anzi,  mi ero un po' persa.
Poi, a nemmeno mezz'ora dall'ultimo brano della band spalla, eccoli arrivare. A tribune e parterre pieni per metà (non capirò mai che gusto ci trova la gente a perdersi mezzo spettacolo), che successivamente si sarebbero riempiti del tutto.

Eccovi la scaletta:

1- B3
2-For What It's Worth
3- Loud Like Love
4- Twenty Years
5- Every You Every Me
6- Too Many Friends
7- Scene Of The Crime
8- A Million Little Pieces
9- Speak In Tongues
10- Rob The Bank
11- Purify
12- Space Monkey
13- Blind
14- Exit Wounds
15- Meds
16- Song To Say Goodbye
17- Special K
18- The Bitter End

Encore
19- Teeanage Angst
20- Running Up That Hill
21- Post Blue
22- Infra-red


In quel momento ho avuto paura. Era in assoluto il primo live loro a cui assistevo e mi aspettavo di tutto; addirittura ricordo di gente che li aveva visti anni prima e mi aveva raccontato che "il cantante" si sente poco dal vivo, che non sono una buona band da concerti. Avrei presto scoperto la verità: finalmente li vedevo lì, fare il loro ingresso trionfante ma tuttavia discreto. Brian tra breve avrebbe aperto bocca e avrei solo potuto restarne sorpresa o delusa. Sì, perché li sopra i componenti effettivi sono in tre più i collaboratori (non meno importanti), ma io puntavo tutto su Molko: l'attenzione, lo sguardo, l'orecchio.
Parte B3. Attacco sicuro, potente che monopolizza da subito la scena e da quel momento in poi per me è stata l'ipnosi più totale: quasi non ci fossero state pause tra un brano e l'altro, quasi non si fossero susseguite diverse canzoni. L'ho avvertita più come una fusione, quasi fossimo tutti qualcosa d'infinito.
Inutile dire che ho urlato ogni  nota, dimenandomi come una scimmia e fra un po' mi lanciavo di sotto. Quello non era concerto: era elettricità e tante volte son stata sull'orlo del pianto.
L'inizio grintoso ha dato il via a dinamiche altalenanti. Uno scossone adrenalinico sedato dalla consecutiva discesa negli inferi e così via. Come una danza frenetica; un ronzare assordante che corre a spegnersi in uno scroscio di lacrime inconsolabile. Voglia di vivere a mille senza sentire, rimpiazzata da quella improvvisa e repentina di morire. Eppure non avrebbe dovuto scuotermi a tal punto: si sa che i Placebo son fatti così.
Ma averli lì a qualche metro e poterli vedere oltre che sentire, è un'altra cosa.
Ulteriore carica proveniva, oltre che da uno Steve Forrest alla batteria più brioso che mai e da uno Stefan Olsdal nei momenti giusti agitatore di folle, soprattutto da un Brian Molko raggiante. Da un cantante così noto per gli improvvisi scatti e sbalzi d'umore non ti aspetteresti mai un concerto felice in cui sorride, ringrazia e saluta in italiano cortesemente. Indimenticabili le scene in cui divertito rifila facce da protagonista e fomenta lui stesso il pubblico della tribuna ovest a forza di sguardi e mosse teatrali. Ho visto Brian come credo che sia realmente e mi ha resa felice, soddisfatta al 100% di averlo trovato vivace e rilassato emotivamente. Ha saputo creare magia: ha fatto quel salto per raggiungere l'empatia col pubblico, che chi conosce da tempo la band non si sarebbe mai aspettato.
Un particolare riconoscimento va anche a Fiona Brice, oltre che per gli arrangiamenti, per la grossa
disponibilità che dimostra nei confronti dei fans...a cui è forse seconda massimo a Steve, che oltre le foto e le chiacchierate concesse, ha donato al pubblico bacchette e persino i vestiti!
Ma parliamo seriamente dei brani, che sarebbe anche ora. Nella scaletta che vi ho fornito in precedenza, i pezzi evidenziati sono quelli cantati sotto la doccia...ehm da dietro il tendone trasparente, novità shock dell'anno. Sì, perché adesso si sono "inventati" questa tenda che scende e sulla quale a volte s'infrangono meravigliosi giochi di luce. Devo ammettere che l'effetto è particolare, ma non sempre. Ci sono momenti in cui la strapperesti con una motosega (tanto per star sicuri) e momenti in cui ti provoca una crisi. Il cosiddetto "lancio senza paracadute". Ci si fa un po' di minuti coperti e poi via, esplode Rob The Bank. Ci si carica un po' di più, ma niente. Ciò che mi ha fatto letteralmente rabbrividire è quanto avvenuto in seguito a Blind: la risalita della tenda prima di Exit Wounds toglie il respiro. Una secchiata d'acqua gelida, la rivorresti giù. Quello schermo artificiale ti protegge per alcuni brani e poi improvvisamente si eclissa, gettandoti senza protezioni in una canzone da brivido, docilmente aggressiva. Brano in cui cerchi di rimetterti addosso le difese, ma abituato al telo sei troppo sprotetto e non fai in tempo. Pezzo che cogliendoti impreparato ti ferisce,  ti strappa la pelle. E dopo Special K l'attacco si ripete simile, ma con meno potenza.
Tuttavia primi brividi li ho sentiti già su A Million Little Pieces, che anche se coperta è stata un capolavoro,  dall'intensità emozionale innata. Te lo buca il tendone. E' una spina microscopica che proprio perché piccola e innocua giunge sotto pelle, danneggiando gli organi vitali.
Unica e inimitabile anche Space Monkey, che poteva essere ancora più esasperata distorcendo ulteriormente la voce all'inizio. Ma passa l'esame a pieni voti.
Le canzoni da escoriazione, quelle che al momento dei saluti hanno messo ulteriore fame della loro musica nel cuore del pubblico mista ad ansia da abbandono, sono state da prima Song To Say Goodbye e in seguito Running con Infra-Red. Queste due particolarmente mi hanno lasciata senza voce, senza fiato e con un pulsare dell'anima impossibile da spegnere. Un incendio dentro.
Come per tutte le esperienze che ci si porta dietro per il resto della vita, ho sentito subito una fitta amara nel lasciare il sedile della tribuna. Mi hanno consolata poche cose: l'incontro con alcuni Soulmates (ebbene noi fans dei Placebo ci chiamiamo così. Questa precisazione la faccio perché sopra non l'ho spiegato), la consapevolezza di esserci stata e la biografia che ho continuato a leggere nel treno. Essa specialmente mi sta ricordando perché li ho fatti entrare nella mia testa e non ne escono... e fortunatamente ha lenito il grosso senso di perdita.
Eppure non mi basta raccontare la magia. Voglio mostrarvela. Per questo vi lascio qui  il link per vedervi Running Up The Hill, che è stata ripresa davvero bene e mette la pelle d'oca anche così.
Buona visione! 

domenica 24 novembre 2013

L'artista

L'artista è l'ala spezzata di un gabbiano;
un urlo rotto dalla violenza del silenzio.
Anela stabilità, ma lo destabilizza
tende al bene, ma scivola nel male
ottiene tutto ciò che in realtà non desidera
è amato dalla società da cui vuol solo stare fuori.
L'artista è uno strappo mal cucito,
una contraddizione irrisolta, un bug dell'esistenza.
Soffre per incompletezza ma gode dei propri vuoti,
piange dell'abbraccio che poi rifiuta,
è ferito dalla vita, ma non guarda in faccia la morte.
L'artista è la forza della fragilità;
gode del dolore da cui vuole salvarsi.

L'artista soffre del nulla che la gente non vede
anche nel tutto si scava una voragine di niente.
L'artista è la più grande e perfetta espressione
dell'incompiutezza pienamente compiuta.


martedì 5 novembre 2013

L'anoressia e i suoi comandamenti.

<<Vorrei imparare a smettere di digiunare, ma questo succederà solo se arriverò a possedere un corpo felice>>.
Sono curiosa. Troppo. Persino nel periodo in cui dovrei vivere spensierata, staccare un po', resto affascinata, ipnotizzata dall'hotel. Non è un cinque stelle, non ci alloggiano persone famose, non offre pasti in eccedenza. Anzi, è a dir poco essenziale, ma possiede qualcosa che al giorno d'oggi è fuori dal comune: la cultura. Basta salire la prima rampa di scale per trovare un felice portariviste (si parla di periodici seri), così ne ho prelevata una buona manciata per gustarmela in camera.
A forza di leggere mi capita sotto mano questo numero 40 di "Sette" (periodico de "Il Corriere della Sera"), uscito il 4 ottobre 2013. E lo sguardo si punta lì, sull'articolo di Sara Gandolfi riguardo Santa Chiara. Ciò che fa breccia nel mio muro per l'esattezza è il paragrafo "Il misticismo dell'anoressia". Si era introdotto in precedenza il nuovo libro di Dacia Maraini dedicato alla vita della Santa, infatti le citazioni verdi son tratte da lì.
Il tema dei "disordini alimentari" è toccato mediante la mortificazione del corpo: infatti Ella la usava non come forma di autolesionismo, ma di liberazione. Quasi fosse una testimonianza di fede. Spicca inevitabilmente il paragone fulmineo con l'anoressia. Pungente, originale. Calzante.
<<Oggi c'è un'altra forma di totalitarismo, non religioso, il totalitarismo della cultura del mercato che usa il corpo femminile come un'esca per l'acquisto dei prodotti o come oggetto in vendita. Penso che l'anoressia sia una forma di ribellione, una richiesta di spiritualità. Ci sono molti punti di contatto tra l'anoressia delle ragazze di oggi  e un certo modo di vedere il corpo delle mistiche>>. 
Sante o meno, il parallelismo lampante e al contempo incomprensibile si risolve rapidamente: in entrambi i casi il digiuno è visto come l'unica reazione possibile ad una vita opprimente. Della serie: "Decido io, non il mondo per me! Voglio essere libera!" Insomma, che la strada venga spianata da una fede smisurata o da un'ideale di bellezza irraggiungibile, quando la persona si sente soffocare, vede nel rigetto del cibo una salvezza. L'unica possibile.
Che poi nei casi più estremi sempre di fede si tratta: strano come un culto eccessivo del corpo porti allo stesso identico risultato del suo più totale disprezzo. Se non credete che anche l'anoressia odierna a suo modo sia una religione, guardate cosa ho trovato qui.
Il bagno è il mio Sacro confessionale. °Mi prostrerò dinnanzi al gabinetto e farò penitenza per i miei molti peccati. °Sono colpevole di non apprezzare ciò che sono e quello che ho. °Sono un uragano emotivo. Un flusso laverà via questi peccati, mi lascerà per dare inizio a un nuovo domani. °Confesserò quotidianamente, e se non lo faccio, ci sarà un atto di contrizione. °Taglierò o comunque punirò il mio corpo, perché è sempre stato troppo. °Cercherò di essere magra e perfezionerò Ana come mia sorella. Sosterrò altre come me. Difenderò le altre Mia. Sarò perfetta..
Sappiatelo: esistono siti che non si fatica affatto a raggiungere. Basta sapere dove cercare. Basta conoscere i nomi per sentito dire, ragionare con la mente di un adolescente. Pagine web che chissà quanti giovani aiuta a maciullarsi da soli.
Trucchi per mangiare di meno
bevi un bicchiere d acqua ogni ora, t fara sentire piena 2-bevi acqua gelata. il tuo corpo brucerà calorie x portare l acqua ad una temperatura adatta x la digestione. inoltre è buono x la carnagione 3-bevi 3 tazze d tè verde al giorno. dà una spinta al metabolismo, e i suoi anti-ossidanti fanno più bella la pelle. 4-prendi vitamine ogni giorno. nn prendere vitamine a stomaco vuoto, xke in questo caso nn avrebbero niente con cui catalizzarsi 5-mangia ghiaccioli o chewn-gum quando hai fame. questo fara credere al tuo corpo che riceve cibo, ma senza calorie 6-fai aerobica finchè nn senti che stai x svenire 7-mangia cibi piccanti. alzano il metabolismo 8-fai docce fredde, xke il tuo corpo brucerà calorie x far tornare la temperatura corporea alla normalità 9-NON usare lassativi, non ti fanno dimagrire (nota personale:è assolutamente vero, fanno solo male all'intestino se presi spesso!!!) 10-NON usare diuretici, servono solo a disidratarti 11-lavati i denti constantemente, così nn sarai tentata a mangiare qualcosa dopo 12-lega un elastico attorno al tuo polso, e fallo schioccare ogni volta che vuoi mangiare 13-pulisci qualcosa di stomachevole (lettiera del gatto, bagno, l armadio del tuo ragazzo...) quando vuoi mangiare. dopo aver pulito nn avrai più fame 14-tieni i tuoi capelli in buone condizioni, così nessuno sospetterà nulla 15-trova un lavoro che t tenga impegnata durante le ore dei pasti
e poi ancora:
 Decalogo pro ana
I 10 Comandamenti 1) Se non sei magra, non sei attraente; 2) Essere magri è più importante che essere sani; 3) Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi dei lassativi, muori di fame, fai di tutto per sembrare più magra; 4) Non puoi mangiare senza sentirti colpevole; 5) Non puoi mangiare cibo ingrassante senza punirti dopo; 6) Devi contare le calorie e ridurne l' assunzione di conseguenza; 7) Quello che dice la bilancia è la cosa più importante; Perdere peso è bene, guadagnare peso è male; 9) Non sarai mai troppo magra; 10) Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo.

E' tutto alla luce del sole, gente. Si trovano da Google; non prendendo chissà quale scappatoia. Non li vede solo che non li vuole vedere. Sarebbe da oscurarli, ma non servirebbe a niente. Non avrebbe alcuna utilità, perché chiuso un sito i ragazzi ne troverebbero altri 100. Non è quella la soluzione.
Però è agghiacciante che chi cerca un amico, un confidente, qualcuno che lo aiuti a risolvere una profonda solitudine, quel vuoto di valori, trovi valido solo questo schifo. Mi disgusta pensare che è un lavaggio del cervello perfetto, inespugnabile in cui l'individuo non si rende conto di niente. E' un ingranaggio così sottile e perfetto, che non lo ferma niente e nessuno. Tanti intervengono, cercano di far riflettere sul significato di gesti che conducono a morte lenta e dolorosa. Ma zero. Sono anime sorde: l'ignorano (nel migliore dei casi) e continuano a darsi consigli preziosi su come attutire il rumore del vomito nel water o come rovinarsi al meglio la vita e l'organismo.
Beh, cari ragazzi e ragazze, voglio dirvi una cosa: Se ora siete soli e vi fossilizzate verso ciò che conduce all'estrema magrezza, invece di concentrarvi sui rapporti umani, li perderete tutti. Allora sperimenterete una solitudine vera, reale che non avrete mai conosciuto prima d'ora; non quella della mamma che bussa nella stanza e implora di parlarvi e voi la scacciate via.
Ci sono solitudini e solitudini... e ci si salva solo prima d'incontrare quella che vi toglie l'anima. Che poi è troppo tardi.
E questo è solo un monito; non un'accusa. Perché il colpevole non è colui che prova il freddo interiore, che si sente inadatto: è chi alimenta lo status delle cose, chi fa in modo che resti così.
Cercando immagini sono incappata in questo articolo. Se il mondo contribuisse a mandare avanti più di queste campagne, invece dello standard freddo di una modella senza sporgenze, forse, almeno per quanto riguarda l'insoddisfazione allo specchio, ci sarebbe più serenità. Perché il fenomeno non era così dilagante quando il sex-symbol, la donna da prendere in esempio, era la Monroe. Meravigliosa e fiera delle proprie rotondità; non le etereee figurette insicure che si vergognano persino di uscire di casa senza sei kg di trucco addosso.
Prima ancora di cercare di essere bella, una persona dovrebbe imparare ad essere forte. A non cadere dei tranelli di un sistema che non è poi così amico dell'essere umano.
Se fosse amico, sarebbe a nostra misura.

Lucca Comics. Quando la fantasia diventa realtà.

Si va. A dispetto del tempo che a volte minaccia pioggia, a volte no, a dispetto della gente del luogo che ogni volta ti fissa stralunato perché sei in costume, quasi non vivesse lì e non ne vedesse di tutti i colori ogni anno. Non c'è speranza: i nativi di Lucca sono sempre i primi ad essere sorpresi e scrollare il capo... ma poi pensi "chissenefrega". Si va!
E così, come tutte le più belle avventure, una volta giunta al termine ti scava una spaventosa lacuna dentro, un bug difficile da sistemare. Un jet lag emozionale che ti lascia confuso, senza forze. Ti ritrovi a casa a pensare "E adesso? Come la riprendo in mano la mia vita?" 
Ogni volta la stessa sensazione, che per me non è una novità: nonostante fino ad oggi non abbia mai piazzato manifesti ovunque, è il mio quinto anno al Lucca Comics e ne vado fiera. E cosplayavo anche (sì, lo so che ho inventato un verbo; lasciatemi fare per favore). Il meteo ci ha regalato pace e tranquillità quasi per l'intera fiera, ad eccezione del 2 Novembre, in cui a metà giornata si è scatenato l'Inferno: chi pregava, chi comprava ombrelli occasionali, chi sbeffeggiava gli altri chiuso nel proprio costume peloso alla Orso Bear "Tanto la pioggia mi fa un baffo", chi sfoggiava il proprio ombrellino ricamato facente parte della maschera pensando subdolamente: "Io posso usarlo e voi no!". Poi c'erano gli sfollati. Sotto ogni padiglione, dentro gli stand e non per diletto. Un attimo avrei voluto una scialuppa. Io personalmente sono stata colta con i compagni d'avventura proprio sotto un albero. Un bel po' di persone con un ombrello solo. Panico e scompiglio, ve l'assicuro. Schiene bagnate e invettive contro ogni cosa. Va beh, in fin dei conti fa parte del gioco. The show must go on.

video

Un particolare riconoscimento va senza dubbio all'Uomo Tigre, che oggettivamente, accompagnato da una  più che valida banda di figuranti provenienti da ogni zona dell'universo fantastico, è stato spassosissimo e originale. Complimenti, sei uno show man senza pari, davvero.
Ora vi farò vedere alcuni cosplay, ma avendo tipo 300 foto sarò costretta a fare una cernita (il che non è un bene: non conosco molti personaggi). Vi mostrerò quelli che per un motivo o per l'altro hanno attirato la mia attenzione, e che Dio ve la mandi buona!
Male, davvero mooolto male, che abbia scorto di sfuggita, da lontano, con un camion davanti, Momiji di Binbougami ga! e non sia riuscita a contemplare il duetto (sì, perché mi hanno segnalato che era in compagnia di Sakura Ichiko). Le ho cercate a lungo, ma non c'è stato verso d'incrociarle in circostanze migliori.
Ma ora passiamo agli scatti...cercherò di non ciarlare in modo eccessivo, se ci riesco...

Quelli che non necessitano di spiegazioni.





I romantici.
Non me ne vogliate a male per il penoso allineamento delle foto; io stessa sto cercando in primis di mantenere la calma, perché dopo tre anni passati ad imparare che gli elementi vanno assemblati in un certo modo, ritrovarsi a lavorare con l'editor di blogger che non collabora affatto, ti porta sull'orlo dell'esaurimento nervoso. 
Se mi avessero chiesto di conferire un nome a quest'accoppiata, l'avrei chiamata: Le due facce del romanticismo. Il senso d'amore spudorato dietro un immagine de "La Bella e la Bestia" credo non necessiti di ulteriori didascalie. Insomma, sono in versione principessa e principe. 
Per il secondo invece la questione si fa diversa, decisamente più criptica. Però devo riconoscerlo; è geniale! 
Chi non conosce la sua storia avrà pensato: ma che sta facendo quel tizio con la carta incollata addosso?! Bene, no problem. Ve lo spiego io!

Paperman (cliccate per vederlo) è un cortometraggio Disney uscito nel 2012, esso ha accompagnato nelle sale il film Ralph Spaccatutto.Nel grigiore della routine, appena sceso dal treno George incontra Meg: i due si piacciono subito, ma i rispettivi treni li separano di nuovo, lasciando al ragazzo su uno dei suoi fogli di lavoro, l'impronta del rossetto di Meg (il vento lo aveva precedentemente spinto sulla faccia di lei e lui se l'era ripreso).Mentre lavora tra risme e risme di carta e pratiche da sbrigare, il ragazzo si rende conto che Meg si trova nel palazzo di fronte. Così quella pila la impiega per creare aeroplanini al fine di lanciarli per attirare la sua attenzione. La giovane donna non se ne accorge mai, nemmeno quando lui giunge all'ultimo foglio: quello sporcato dall''incontro. Però esso risveglia tutti gli altri ammassati lungo l'asfalto.I due vengono inghiottiti nuovamente dai loro doveri, ma tornando a casa, tutti gli aerei dispersi per la strada si attaccano addosso a George, costringendolo a prendere un certo treno. Intanto Meg si lascia guidare dal foglietto col rossetto, che riconosce successivamente; così viene guidata nello scegliere il treno destinato a incontrare l'altro. Finalmente i due saranno liberi di ricongiungersi e conoscersi.

La prima volta che l'ho visto mi è caduta la mascella e avevo le lacrime. Nel senso che l'intero insieme contiene un forte senso di speranza; è facile che possa accadere qualcosa di fantastico dove il mondo è già magico, ma portare una luce del genere nel contesto grigio della metropoli ti porta alla commozione, ti dà modo di sperare che anche tra fumo e grattacieli possano accadere i miracoli. Mi ha lasciata di stucco la prepotenza con cui la fantasia irrompe anche in storie all'apparenza troppo comuni e noiose, che non lasciano intatti i sogni, né la felicità.
Oserei affermare che per quanto diversi, i due cosplay rappresentino entrambi degli amori a modo loro sofferti, in cui i protagonisti devono lottare per sentirsi pieni.

Quelli dall'atteggiamento giusto.
Avete presente quando li guardi muoversi e ti rendi conto che in effetti si comportano in modo uguale?! 
Quando la differenza non la fa tanto il personaggio che fai, ma come lo fai!



NB: Alice distribuiva perfino cioccolatini! Oh sì, per l'esattezza li teneva nel secchio. Più dolce di così, si muore.



Quelli che mi son piaciuti e basta (ovvero: la mia scelta non è discutibile).





C'erano anche Sulley e Mike di Monsters & Co. Una gioia a guardarli, solo che il piccoletto verde è interpretato da un bimbo vero e non mi sembrava il caso né di tagliare la foto, né di censurarla in parte, né di schiaffare su internet un minore senza il consenso dei genitori. Spero per voi che abbiate avuto la fortuna di avvistarli. Che amori.
Ok, adesso basta! Sia perché voi vedrete il post a un orario da sani di mente, ma sappiate che l'ho terminato a scrivere alle tre e un quarto del mattino. Comincio a sentirmi un po' esausta.
Concludo con un pensiero: se ci fossero più cose così da ricordare e meno guerre, il posto sarebbe migliore. Perché tutti hanno il diritto di sentirsi protetti ancora una volta, di tornare bambini. E mi dispiace tanto per chi non è in grado di capirlo.
Alla prossima, anime! Sarà più presto di quanto immaginate, visto che ho quasi pronta una riflessione delle mie... e non è una minaccia!

lunedì 4 novembre 2013

Lucca: non solo Cosplay

Fuga di comici


C'erano anche loro: comici e youtubers. Sotto mentite spoglie o meno, nulla cancellerà il fatto che erano presenti... e io non li ho visti. Lo scopo della loro comparsa è stata la presentazione di "Fuga di Cervelli".
Fomento su facebook in cui rimbalzano le notizie. Willwoosh ad esempio (tanto per citarne uno) ha postato la seguente foto sulla sua pagina dicendo: Idraulici non vi temo! Matano, altro attivo nel web, lascia anche lui alcuni scatti di sé dei giorni precedenti, per poi lanciare l'appuntamento ai fans: Sto andando al Lucca Comics (Cinema Astra). Per mezzogiorno sono lì. A fra poco! 

Al fine di tutto commenta dal cellulare: Super giornata! Se questa giornata avesse le mutande le metterebbe sopra ai pantaloni. 
Che dire: incisivo. Personalmente nient'altro da aggiungere; è stato breve ma intenso come al solito. Altro per cui mi sono mangiata i gomiti è stato Ruffini, anche lui non-incontrato. Stupida me e il mio non essere nel posto giusto al momento giusto! Se qualcuno di voi che legge è riuscito a scovarli e ad avere una loro testimonianza (una foto, un'impronta digitale, un video, una ciocca di capelli) è pregato vivamente di postarla nei commenti, così lo invidio un po'! 
(Nel caso della ciocca di capelli, postate direttamente la foto di essa).


Cotto e frullato...e fotografato!
Vi dice niente lo slogan: "Frullato è meglio!"? Ma certo che sì, sono convinta che la vostra testolina sappia perfettamente cosa intendo. Lui aveva lasciato scritto questo: A Lucca ci sono TUTTI i giorni, TUTTI!!!! Il 31, l'1, il 2 e il 3!! Il 31 cazzeggio, l'1 ho 2 conferenze al Japan Palace, una dalle 11 alle 12 da solo dove parlerò del doppiaggio e una dalle 17 alle 19 con Simone Fnacazzista dove parleremo di alcuni talenti web che stanno nascendo. Il 2 e il 3 sarò al palco a condurre la gara Cosplay insieme al mio socio Luca Panzieri! Pls non chiedetemelo più, mi sta venendo l'ulcera XD 
Vi assicuro che è stato di parola. L'abbiamo visto di sfuggita presentare, ridere, scherzare su quel grande palco che abbraccia i cosplayer più competitivi. Ma in giro niente; come cercare un ago in un pagliaio.
Intanto la gente postava foto con lui e si pavoneggiava per averlo incontrato. Al che uno pensava: adesso basta! Perdersi i comici della presentazione era giustificabile; in fondo li si vedeva per poco...ma non lui! Non proprio lui che affermava di andarsene in giro tranquillamente tutti i giorni!
Poi è successo. Attendevo gli altri fuori dallo stand (amo fotografare in generale, ma specie con i cosplay era doveroso raccogliere più immagini possibili) quando sento una voce maschile chiamare: "Maurizio, Maurizio!", al che mi si son rizzate le antenne... ed ecco finalmente l'ago! Nemmeno ci credevo. 
Il cervello che si raccomandava: "Digli qualcosa d'intelligente; d'intelligente, mi raccomando!". Nel preciso istante in cui me lo son trovata davanti, tutto ciò che ne è uscito è stato un: "Nuooo! Non ci credo!" 
Lui in tutta risposta, con la miglior voce che poteva sfoggiare, ha fatto un "Credici" che sapeva tanto di supereroe. Mitico Merluzzo.
Impressioni a caldo?! Non mi aspettavo esattamente una persona così: dolce. Sapete, uno lo vede fare lo spiritoso, atteggiarsi, divertire lo spettatore con una certa sicurezza. Si fa l'idea di un tipo tutto d'un pezzo, quasi un duro. Poi magari alla live tra un insulto, una cazzata e l'altra gli scappa un: "Siete fantastici voi fans, vi voglio bene", sciogliendo un sacco di cuoricini. In questa contraddizione uno si chiede: qual è il Maurizio reale? 
Mi fa piacere rispondere che secondo me è quello del "vi voglio bene". 
Era davvero contento di vedere la gente nonostante la fretta, di concedergli un pezzettino di sé e quasi si scusava per la sua corsa. Come se si fosse preso volentieri un caffè con chiunque lo fermava, se ne avesse avuto il tempo. Una persona accomodante, alla mano... e ne sono contenta, perché non tutti sono così autentici. Grazie Merluzzo!

PLACEBO “20 YEARS” – LA ROSA E LA CORDA. La biografia che nessun fan si aspettava più!


Edito da: Sound and Vision

Prefazione: Teho Teardo

Testi: Francesca Del Moro

Tò, ma guarda te! Proprio sul mio blog è spuntata fuori una timida nuova etichetta: Placebo. Tanto tutti sanno che sono di parte: un mucchio di gente ormai giunge qui solo per leggere qualcosa su di loro; vi facilito solo la ricerca... allora qual modo migliore di utilizzare internet se non per pubblicizzare questa meraviglia, dato che l'ultima biografia esistente sulla band è stata stilata su fogli di pergamena da monaci amanuensi ed è persino fuori commercio?! Tra l'altro le poche copie che circolavano al tempo potrebbero esser state distrutte dal Diluvio... e in quelle copie Molko aveva ancora 5 anni. No dai, così esagero ma avete capito il punto. In giro c'è la più totale disinformazione su una band che fa la storia della musica alternativa da circa 20 anni... e intanto la Terra viene infestata da teneri libri sugli 1 D, e sono ovunque. Non credete di salvarvi. 
Volete proprio questo per il vostro futuro e per i vostri figli?! Ma certo che no!
Per questo vi consiglio di comprarla. Vorrei poter affermare che per ogni acquisto del libro ne verrà distrutto uno sulla pessima musica, ma non sarà così. Quella purtroppo sopravvivrà...ma possiamo sempre fare la nostra parte!
Salvo gli scherzi, questa è molto più che una biografia e basta: è un riscatto per una band disprezzata e insultata da chi fatica a comprenderne il senso e soprattutto per i fans, che finalmente hanno la soddisfazione di avere loro notizie senza esser costretti a tradurle dall'inglese o peggio ancora dal francese. Riscatto per i fans anche perché c'è una parte dedicata a tutti loro pensieri, ai motivi della loro passione per una band che non ti lascia affondare da solo (ebbene lì in mezzo c'è anche la mia spiegazione; non potevo certo starmene fuori). L'amore di chi li segue credo sia la miglior risposta a tutti gli scettici, a chi deride, a chi ascolta ma non sente.



domenica 27 ottobre 2013

J.K. Rowling, ti devo delle scuse. Spero che un giorno potrai perdonarmi


Cara J. K.
Questa è una lettera di scuse a cuore aperto, che fortunatamente a causa delle barriere linguistiche non leggerai. Sai, hai altri libri da scrivere e non voglio farti prendere un colpo prima di terminare l'opera.
La prima volta che strinsi il caro Harry Potter tra le mani, avevo pressappoco la stessa età del maghetto, forse un anno in meno. Insomma, ero piccola, ingenua, inesperta e solita a portare i libri anche in bagno.
In un giorno funesto accadde qualcosa che non dimenticherò mai.
Accadde che a tavola mangiavo con una mano e leggevo con l'altra, tanto ero assorbita dalla narrazione; al che, finito il pranzo giunse quel goccetto di caffè che mi era concesso ogni tanto. Mi appropinguai a bere dal funesto calice, quando il suo contenuto, per infausto destino si moltiplicò (almeno fu quello che sembrò ai miei occhi) e rovesciò completamente sulle pagine.
Inutile fu strapparmi i capelli, piangere disperata e tentare di rianimare la carta, intenta a fissarmi con sguardo severo. Mi sentii così persa d'animo e rattristata, che se fosse stato possibile mi sarei sputata in faccia.

Per questo ti devo delle scuse. Scontato fu, che da quel giorno non toccai mai più un caffè e un libro contemporaneamente (nemmeno se si trattava di un Harmony).
Questa triste, commovente e dolorosa vicenda, mi segnò tanto che ne trassi innumerevoli insegnamenti: mai più rovinai un libro e imparai a trattarli con cura, come se fossero dei figli. Mi diedi degli orari lontani dai pasti per leggere.
Ti ringrazio per la pazienza e voglio annunciarti che nonostante tutto sono andata avanti, mettendo la testa a posto. Ho comprato tutti e sette i capitoli della saga, visto da brava Potteriana gli otto film. Spero sia sufficiente come redenzione.
Ho riso come una matta dell' errore di Ron sul "Leviosà", anzi, soprattutto mi ha stesa la correzione (poco) sarcastica di Hermione. E' qualcosa che sono passati 10 anni, ma ricordo come fosse ieri. Come non dimentico affatto quando Fred e George hanno cambiato le lettere sulla spilla da prefetto, fino a comporre "perfetto". Quei due son sempre straordinari.
Poi ho sofferto. Ricordo ancora i tre kg persi per Silente: ho amato quel personaggio come non mai e ho impiegato tempo a metabolizzare la perdita. Per ore ed ore ho avuto i brividi, mentre seguivo la sua ultima avventura con  Harry. Avevo il magone e gli occhi lucidi: è stato favoloso, straziante e se pensavo al fatto che per il ragazzo era come perdere il padre di nuovo, il dolore si gonfiava ancora. Son stata male anche per altri, ma non tutti magari hanno completato la saga e non infierirò con lo spoiler.
Ricordo le notti insonni: ogni volta che arrivavo agli ultimi tre o quattro capitoli, scuola o no il giorno dopo, tiravo avanti fino a terminare. Mi hai regalato giorni da zombie indimenticabili.
Complimenti per Piton, che è il personaggio più ambiguo e meglio riuscito. Grazie per il suo dramma malcelato, attanagliante che tuttavia sa rendere costantemente evanescente. La dignità con cui sa nascondere le sue ferite, non ha eguali, come del resto la sua dualità. Semplicemente fantastico.
Grazie anche per Sirius e Lupin, entrambi adorabili.
Sappi che quella cretina di 10 anni, anche per merito tuo adesso vuole fare la scrittrice... e ogni volta che uccide un personaggio senza dar tempo a nessuno di rimuginarci su, rivede quelle cruenti e rapide morti sulla scopa che un sacco di volte le hanno tolto il sonno.
Doveva essere una lettera di scuse, invece è diventata di ringraziamenti: va bene lo stesso?!
Ad ogni modo, benedetto fu il giorno in cui ti è venuto in mente di creare questo universo. 
Non vorrei divenire troppo romantica, perciò chiuderò qui.

Un abbraccio
Federica


mercoledì 23 ottobre 2013

La lettera scarlatta: tutto credevo, meno di potermi innamorare di un prete.


Se tra quella folla di Puritani fosse stato un cattolico, il quadro di quella donna giovane e bella, che stringeva la sua bambina al seno, gli avrebbe ricondotto il pensiero all'immagine della maternità
Ebbene: ho letto anch'io il famigerato libro e come pochi è andato a incidersi a fondo nella mia carne e nella mia testa. Dopo una lettura del genere finisci per sentirti marchiato anche tu.
Non chiedetemi perché uso altri nomi per i personaggi (ringraziate la Newton Compton, che ha ben pensato di tradurli alla meglio come si sarebbe fatto una settantina/ottantina di anni fa) perché sarebbe una sfida persa in partenza.
La storia l'ho trovata semplicemente avvincente, appassionante, da lasciare chiunque senza fiato. E' fantastico come ogni personaggio necessiti di un'evoluzione e ciò si realizza fino alla più paradossale inversione dei ruoli; tanto che, Ruggero Chillingworth, marito danneggiato dal pastore Dimmesdale, resta persino beffato dalla propria vendetta, uscendone risucchiato. Da parte lesa si rende abile persecutore, fino a perdersi totalmente in quel male. Quanto accaduto nell'anima dello scienziato nasconde una morale, che ho trovato terribile e nel contempo non poteva essere più giusta; egli resta assorbito dall'odio con la stessa intensità con cui l'avrebbe rapito un profondo amore, perché ha investito le stesse (se non maggiori) energie nello scavare a fondo nell'interiorità altrui.
Chi può dire infatti che l'odio e l'amore non siano in fondo se non due aspetti della stessa passione umana?
La versione incriminata
che ho avuto il piacere di leggere
Quindi, in parole povere l'autore ci spiega che nel disprezzo, Ruggero ha fatto di Arturo Dimmesdale il suo unico senso di vita; una volta consumata la vendetta, è come se restare al mondo perdesse significato. Grottesco e spaventoso, no?! Però mi ha fatto pena fino a un certo punto; il personaggio che mi ha realmente rapito il cuore è stato lui: il prete.
Mentre la donna adultera  trova conforto nella sua punizione, nella compassione di alcuni, nell'amore di sua figlia; la bimba nell'affetto materno e il marito tradito nella vendetta; questo poveraccio si ritrova perfettamente solo, con la fossa dei coccodrilli intorno e nessuno che possa alleviare il suo dolore. Codesto cavaliere maledetto, costretto a combattere contro innumerevoli draghi, ne esce letteralmente a pezzi perché attaccato su troppi fronti: un pastore non può rivelare un simile segreto ed è costretto a farsi dilaniare da un rimorso che brucia continuamente, senso di colpa aggravato dai fedeli che lo osannano e prendono come punto di riferimento e, come se tutto ciò non fosse sufficiente, è forzato a vivere con un finto amico, che più che salvarlo è intenzionato a gettarlo in un baratro di malattia, morte o pazzia. Ruggero non perde occasione  per girare il dito nella piaga di quel cuore così percosso, fragile e lo fa subdolamente: giorno dopo giorno, prima guadagnandosi la fiducia altrui per poi infierire e pugnalarlo. Lo lascia crogiolare dal suo stesso attanagliante senso del peccato e ci mette il carico: troppo liberatorio sarebbe smascherarlo dinanzi a tutti; sicché il prete, per un errore dettato dalla passione (capirete leggendo che insomma, questo marito sembrava più disperso/morto che vivo) si ritrova completamente solo, in balia di un nemico, dello schifo che prova per se stesso, obbligato a subire dei complimenti fuori luogo che gli ricordano di continuo quanto lui sia in torto con la legge divina alla quale era fermamente attaccato.
Si ritiene un uomo fragile, ma a parer mio è il più forte a sopportare quell'Inferno continuo senza vacillare; nessun altro lotta su tutti questi fronti contemporaneamente.
Il mio cuore è rimasto sciolto da quella purezza e nobiltà d'intenti, quel perfezionismo nella ricerca della verità che non è corrotto nemmeno dalla possibilità di una scelta di comodo. E' l'unico così innocente e sensibile da costruirsi da solo il proprio flagello. Sono rimasta scossa e nel contempo impressionata da codesta forza nella prova e tenacia nel bisogno disperato di essere trasparente, senza curarsi delle estreme conseguenze che esso comporta.
Egli dà l'impressione di essere costituito da tante parti troppo differenti tra loro, che tirano ognuna nella propria direzione. Rischia costantemente di sfaldarsi, eppure continua a trascinarsi, senza nemmeno sapere il perché. Arturo Dimmesdale viene presentato come un eroe complesso, maledetto dal fato e crocifisso dalla propria debolezza umana.
Probabilmente è una figura che si presta a libera interpretazione; visto che ho letto da altri recensori un parere diametralmente opposto al mio, in cui addirittura lo si definisce egoista e codardo. Per me è semplicemente il meno scontato: la storia della donna fiera che sopporta gogna ed emarginazione, è strappalacrime, ma lascia il tempo che trova rispetto a un tormento così insidioso e sottile, come una nebbia. Più che codardia, potrei aggiungere a sua discolpa che la sua posizione è quella che più lo allontana dalla possibilità di prendere e rivelare su due piedi il proprio peccato. E comunque, riguardo l'egoismo non è messa così bene nemmeno Ester, visto che per anni ed anni lascia un uomo così delicato e fragile, in balia di suo marito che se fosse legale lo torturerebbe, solo per rispettare uno stupido patto. Ella infatti promette Chillingworth di non rivelare la sua identità, così da lasciarlo agire in incognito sulla mente dell'altro, già esposto al crollo emotivo e senza difese. Non puoi nemmeno chiedere ad un uomo di essere forte e fare la sua parte, se sei la prima a contribuire alla sua disfatta fisica e mentale (lo so, quando mi ci metto sono una laurea in giurisprudenza mancata: l'avvocato delle cause perse).
Ora che vi ho offerto un differente punto di vista, a voi le riflessioni. In fondo, quello che conta in un libro non è trovare il personaggio migliore o peggiore, ma che sia riuscito a spostare qualcosa dentro di noi, che non ci abbia lasciati indifferenti.
Il pastore nel tempio, e sulla piazza del mercato la femmina dalla lettera scarlatta: come si sarebbe potuto immaginare che lo stesso marchio segnasse due creature così diverse e lontane?

sabato 12 ottobre 2013

Il lavoro al tempo di Venditti


Ero lì tranquilla in auto che mi facevo i cavoli miei (ha iniziato Venditti eh, io non c'entro niente!), quando scatta questa meravigliosa canzone: Sotto Il Segno Dei Pesci. Un fantastico miscuglio di note intriso di significato. 
Ormai con la melodia nella pelle, scivolavo tra gli strati di tal gloriosa sinfonia, quando ecco la classica zip che si rompe: qualquadra non cosa! (ehm qualcosa non quadra, scusate...)
Mi rendo conto canticchiando (ce l'ho per vizio, con tanto di maledizioni lanciate dalla povera gente che ho intorno), che il testo in alcuni punti recita palesi utopie. Ma andiamo a vedere cos'è stato combinato:
E Marisa se n'è andata, oggi insegna in una scuola, vive male e insoddisfatta, e capisce perché è sola, 

E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio,  ha bruciato la sua laurea, vive solo di parole
Poverini. Proprio su quelle pene dell'inferno credo di aver versato la lacrimuccia. Marisa che lavora in una scuola ed è insoddisfatta: presa così la sua vicenda potrebbe ricondurre a un tipo di angoscia diversa da quella lavorativa; accostata a quella di Giovanni tuttavia fa pensare che siano dovute entrambe alla frustrazione dell'impiego inadatto. Ora io dico: mi spiace che tu faccia l'insegnante e che quell'altro abbia preso una laurea per blaterare in radio (magari a vivere di parole! Ma son punti di vista). Però sorge un'esclamazione spontanea: Beati anni 80! (arrotondiamo, che l'album è del 78)
Anche perché, se dovessimo riadattare il testo al giorno d'oggi, al posto del ruolo d' insegnante ci sarebbe lo scarico merci ai grandi magazzini... se proprio vogliamo invocare il miracolo; oppure Giovanni potrebbe benissimo impiegare la laurea d'ingegnere per lustrare i bagni della stazione.
No dai, non sono così sognatrice: a parer mio, in fase di ammodernamento, per non creare problemi innominabili, sarebbe meglio cancellare direttamente le due strofe. Via il danno, via il dolore.
Non va neanche questo: è brutto che Marisa e Giovanni non s'incontrino più nella canzone; allora facciamoli conoscere a uno di quei corsi gratuiti delle agenzie per il lavoro, che il lavoro non te lo trovano mai.
Ebbene, come sempre volevo essere polemica; altrimenti non sarei io. Sono una persona che brucia a prescindere un po' per tutto. Un po' come ai giovani è stato bruciato il futuro.
Detto questo, continuerò a urlare a squarciagola il ritornello di codesta canzone innervosendo il prossimo: scaldano sempre gli spaccati di storia che "si stava meglio quando si stava peggio."
E poi diciamolo; Venditti è davvero bravo.
Chissà cos'avrebbero pensato i frustrati di questo malessere relativo, se avessero saputo in anticipo che ci sarebbe stato il finimondo.
Domande di cui non sapremo mai la risposta, ma a me piace porle lo stesso perché sono una rompiballe.
Scusate la perplessità nonsense e buona giornata a tutti.

giovedì 3 ottobre 2013

Miley Cyrus e l'arte del leccare il martello

Tutti quanti sicuramente vi chiederete chi è Miley Cyrus.... Ma anche no. Nessuno da tempo se lo domanda affatto. La ragazza è riuscita a farsi conoscere anche dal più ignorante degli ignoranti, sicuramente per l'incredibile introspettività dei suoi brani. Ci mette proprio corpo e anima.
Avevo circa tredici anni quando guardavo distrattamente le rocambolesche avventure del telefilm Hannah Montana, nel quale una giovane star famosa maschera la propria identità praticamente cambiando parrucca (il solito cliché da film per ragazzi). Tante volte non era nemmeno così malvagio:  la protagonista e gli amici sono personaggi divertenti.
Da lì pensavo quasi si fosse rinchiusa in un bunker; non ho più saputo nulla di lei fino agli MTV Music Awards 2013, in cui sarebbe stato difficile ignorarla. Ma vi farò capire meglio di cosa sto parlando.

Vi posto il video del noto brano "Wrecking Ball", termine che dovrebbe indicare esattamente una palla da demolizioni. Possiamo trovare una Hannah Montana ovviamente non più bambina -anzi, proprio donna- alle prese con pene d'amore laceranti. Muri troppo spessi da abbattere.
La canzone non resta subito impressa: ecco, diciamo che non è proprio quel pugno in un occhio, quello strattone che ti lascia stordito e confuso; ci devi fare l'orecchio, ma con qualche ascolto è probabile che ci si possa abituare e resti in testa per qualche giorno.
Il testo non è dall'originalità stupefacente, perché in fin dei conti racconta della solita situazione in cui uno dei due pone il suo rifiuto e l'altro, ferito, urla la sua sofferenza, rinfacciando gli sforzi vani per raggiungere il cuore della persona amata.
Abbiamo graffiato, abbiamo incatenato inutilmente i nostri cuori
Abbiamo saltato senza mai chiedere perché
Ci siamo baciati, sono caduta sotto il tuo incantesimo
Un amore che nessuno potrebbe negare
 
 Inizia così: con una storia che comincia nonostante tutto. Potrebbe funzionare, anche se si comprende già da subito che sta per palesarsi il problema.... infatti il ritornello è un disperato:
Sono arrivata come una palla da demolizione
Non ho mai colpito così forte in amore
Tutto quello che volevo era distruggere i tuoi muri
Tutto quello che tu hai fatto è stato distruggere me
 Sì, mi hai distrutta
Ok, magari non è la più fantasmagorica delle formule musicali, ma devo dire che alla fine ci sta anche; interpretativamente è impeccabile, con quella voce che si carica di rabbia nei punti giusti come a volersi liberare di un dolore lancinante. Nel video addirittura vieni sommerso da quei due occhioni lucidi grossi, che ti rovesciano acqua addosso. Una canzone d'amore carina; dal tema un po' ordinario, ma un buon prodotto.
Quest'analisi perché non voglio rifilare due insulti superficiali e chi s'è visto s'è visto. La combinazione occhio lucido- voce- testo- musica, magari un piccolo brivido me lo dà.

Ora però spiegatemi perché necessariamente si debba leccare un martello. Esplicatemi il senso di cavalcare una palla da demolizioni nuda. Addirittura ci sono fan della cantante che affermano che il martello nasconda l'intrinseco significato dell'amarezza e durezza dell'amore. Capisco... quindi lo si lecca; mi sembra giusto. D'altronde, non si può nemmeno pretendere che si vada a cavalcare una palla da demolizioni vestiti; non è mica un cavallo. Ogni situazione richiede un abbigliamento consono, come questo che in tal caso calza a pene...pennello. Scusate, mi sono confusa. 
Quello che a questo punto mi chiedo è: perché una canzone d'amore struggente, che contiene uno strazio profondo, ferite da abbandono eccetera eccetera, debba essere accompagnata da una sottospecie di film porno di bassa lega?!
Tutto questo mi riporta sempre a quando ero una ragazzina (non che ora sia adulta), che guardavo una trasmissione su un canale della parabola che parlava delle mini stelle della tv e alla brutta fine che avevano fatto (era sui bambini famosi stranieri, non "Meteore"). Non è un bello spettacolo sapere che questi vengono cresciuti sotto i riflettori per anni ed anni e poi abbandonati al loro destino: una volta giunti all'età adulta, non li fa lavorare più nessuno; molti entrano nel tunnel della droga, i meno impetuosi si danno all'alcool. Sono vite interamente distrutte dallo star system.
Da qualche tempo a questa parte però, le mini star (femminucce) si sono organizzate: per non finire bruciate come quelle anni 80' e 90', eccole tutte a leccare martelli. Chi cambia modo di vestirsi, pensare, parlare; chi fa girare scatti integrali per il web; chi fa sconcerie alle trasmissioni musicali e chi ne ha più ne metta.

Dal 2000 in poi è come se fosse avvenuto un salto quantico, un'evoluzione della specie. E' a quel punto che la piccolina che canticchiava canzoncine strambe sui canali per l'infanzia, ora si ritrova a mangiare torte a forma di organo riproduttivo maschile di dimensioni spropositate. Così: per precisare all'universo il concetto che la bambina si è fatta donna, per cancellare le tracce d'innocenza neanche fosse puzzo di latte. E' divenuto un must non scritto per una ragazzina famosa, raggiunta una certa età, stracciare via quell'immagine mostrando due tette al vento, facendo appena si presenta la possibilità qualcosa di spinto. Per gridare al mondo: "Ecco, è arrivata la donna".
Non che una persona non sia libera di disporre del proprio corpo come vuole; ma non può diventare nemmeno un passaggio obbligatorio per testimoniare l'approdo all'età adulta. Soprattutto per il semplice fatto che il messaggio viene recepito negli stessi termini da quattordicenni/quindicenni che imparano ad usare il corpo per piacere al mondo. Se una tizia in tv si mette in testa di passare dalla bambola di pezza al cavalcare palle demolitrici, la vita è la sua. Però si dovrebbe avere quel minimo equilibrio per comprendere, che la fascia di età che ti segue e prende come esempio, ha appena smesso di guardare Winnie the Pooh e non fa in tempo a gettare il bambolotto, che si ritrova a leccare martelli con entusiasmo, in modo ambiguo. Il risultato dello star system sono le ragazzine confuse che si svendono per una ricarica al cellulare, si scoprono per una manciata di "mi piace" su facebook. Una schiera di modelle che cercano il principe azzurro nella maniera sbagliata, collezionando delusioni senza chiedersi il perché.
Le celebrità, almeno una volta tanto farebbero bene ad insegnare la semplicità, i sentimenti autentici, come instaurare delle relazioni vere. Perché l'artefatto è ovunque. Perché la vita viene sminuita troppo spesso dal volgare; come una canzone che poteva essere delicata e dolorosa allo stesso tempo, invece è ridotta ad un film porno. Non sono il nudo o lo sconcio a fare paura; quanto l'appiattimento delle emozioni stesse.

giovedì 19 settembre 2013

Recensione - Loud Like Love: 10 (è il voto, non il numero delle tracce)



Era il lontano 2009 quando ho conosciuto i Placebo.
La miccia si è accesa per caso: percorrevo con una mia amica il salitone verso la scuola, quando rubandole un orecchio delle cuffiette dell'mp3 (o era un ipod?) mi scatta in testa quella canzone. Non mi diceva niente di nuovo quella voce così suadente che sembrava provenire da un altro pianeta; li avevo già sentiti da qualche parte. Beh, quella canzone era Every You, Every Me e da lì ho cominciato a cercarli, trovando un mucchio di brani che sentivo di sfuggita durante la mia vita, ma di cui non afferravo mai la matrice. Twenty Years, Infrared, avevano sempre accompagnato la mia esistenza e non sapevo di chi fossero; conoscevo come loro soltanto Song To Say Goodbye, ma era passata piuttosto inosservata. Quando tuttavia ho ricomposto i frammenti del puzzle, si è aperto un mondo.
Era un periodo scombussolato, difficile e scoprirli è stato come se la mia sofferenza, quel continuo decadere avesse acquistato finalmente un senso. Il mio essere inadatta, strana, ipersensibile, confusa, incompresa, aveva appena trovato un nome, dei compagni. Sentire le note fondersi con la voce di Brian è stato un palese: non preoccuparti, non sei sola. C'è chi cade nel tuo stesso Inferno.
E ci sono riuscita: grazie a loro ho smesso di disgregarmi da sola. Sapevo che qualcuno, specialmente quel ragazzo perennemente truccato, talvolta in gonnella, poteva capire e con la sua voce tappare immensi buchi dentro di me. Aveva sofferto così tanto da poter aiutare altri a capire qualcosa di più della propria anima.
Folgorata da tanta comprensione, quando ricevetti l'album appena uscito, lo divorai. Ma non era lo stesso. C'era qualcosa in quel tentativo di rinascita, in quell'ossessività di chitarre, che non era nelle loro corde. Mi spiego: i Placebo non sono mai stati un gruppo allegro; sarebbe improprio definire così Battle For The Sun. Era... come dire, meno introspettivo.
E la discesa verso gli inferi dov'è?!
Il risultato che ne conseguì fu il seguente: tanti complimenti, ma la totale mancanza di quel feeling viscerale, del morboso attaccamento di cui avevo bisogno. Era totalmente assente l'elemento placebo: la dipendenza. Non riuscivi più a trovare quel tormento radicato che ti scombussola le idee, toglie aria ai polmoni, che ti fa fermare, abbandonare tutto quello che stavi facendo solo per ascoltare quei pochi istanti di sublime.
La sensazione fu quella di aver perso un amico. Potevo conoscerli prima, quando Brian era ancora un ragazzino dilaniato dalla vita. Come me.
Poi c'è stato B3, e la sensazione di perdita cominciava a divenire una certezza. Una crepa che si allarga.




Quando è stata annunciata l'uscita di Loud Like Love, ero pertanto già pronta al peggio. Ecco, adesso li perdo del tutto. Però dai, come darmi torto: copertina psichedelica e il nome avrebbero spaventato chiunque. Altro elemento horror è stato il breve teaser del brano omonimo, che da quelle poche note non si capiva assolutamente che diamine fosse. Però sembrava una gioiosa schitarrata.
Successivamente, viene lanciato il primo singolo, quello che secondo loro riassume il senso dell'album: Too Many Friends. E qui, almeno io, ho tirato un luuungo respiro di sollievo.
Si comincia a ragionare.


Nel complesso, LLL non risulta affatto un'accozzaglia di canzoni a caso: pare essere piuttosto un percorso che analizza le relazioni, la cui apoteosi viene raggiunta con la SUBLIME Bosco. Un lungo tunnel che s'imbocca quasi ridendo, per poi uscirne morti e rinati. Straziati.
Ovviamente ho intenzione di passare le tracce in rassegna una per una, perché quest'album merita davvero: è un capolavoro i cui i Placebo sono riusciti a fare il salto di qualità, mixando stili diversi. Non importa più se apprezzi il ritmo flamenco di Scene Of The Crime o l'elettronica galoppante di Exit Wounds (anche se a me, personalmente, l'elettronica nelle canzoni fa impazzire); ci sei dentro comunque. Il primo pensiero a conclusione ascolto, è di aver sentito un Meds per l'intensità complessa, emozionale; ma con quella marcia in più per attrarre non solo i fanatici della band.
Ad ogni modo, ci tengo a ringraziarli; perché nel 2013, dove la maggior parte della musica sta andando in rovina, sono riusciti a sfornarci questa meraviglia.

1- Loud Like Love
Da principio, l'intro mi sembrava una sigla da pubblicità dei canali per ragazzi, quando mostrano la programmazione estiva. Poi mi sono resa conto di aver pensato una grossa cazzata (mea culpa).
Il suo punto di forza è l'energia: è una scarica che si proppaga e contagia l'aria intorno. Ha lo stesso modo di aggredire gli spazi di Battle For The Sun. Ovviamente, il fan dei Placebo è preso in contropiede: si aspetta qualcosa di diverso da un "Siamo forti come l'amore", da quel giochetto Breathe/Believe che sa tanto di massaggio cardiaco. Quasi fosse in atto una metamorfosi, una rinascita.
E' una partenza grintosa, come per dire: "sveglia! Abbiamo iniziato!", e funziona.
E' bella. Ma se conosci il gruppo, stai ancora aspettando i demoni.

2-Scene Of The Crime
Violini e battito di mani flamenco. La voce di Brian che si fa pungente e stuzzica dove fa male (tra l'altro, il suo timbro è solito farsi lacerante quando accompagnato da violini e pianoforte): benvenuti nel cd. I fantasmi cominciano a uscire, a ferire.
Tutti, dopo un po' che la canticchiano, finiscono per chiedersi:Ma di cosa parla realmente?
Non si sa. Si presta a molteplici interpretazioni; ti ritrovi inevitabilmente a domandarti se il cosiddetto "corpo da nascondere" sia un corpo effettivo, o se si tratta di sporcizia interiore da far sparire. O magari no. Potrebbe trattarsi dei molteplici errori commessi lungo il percorso. Un'esistenza di sbagli.
Chi lo sa, magari entrambe le opzioni.
Alla fine, far sparire il corpo, non è nemmeno il problema maggiore: we almost made it/ making it is overrated.

3-Too Many Friends
Priva di eccessi, eppure così risoluta. L'imposizione in questo caso, più che dalla musica è data dalle parole (anche se le note comunque ti si conficcano una ad una in testa: è un tormentone)
Il My computer thinks I'm gay, ha subito fatto fantasticare qualcuno sull'intento omofobo del testo. No, vi prego.... tutto tranne questo si poteva dire a una band, il cui cantante ha esordito conciato da donna. Prima di puntare il dito, si dovrebbe meditare sulle origini: Brian Molko è stato il primo a prendersi con coraggio i peggiori insulti dai compagni di scuola per la propria androginia. Ritengo sia difficile, improbabile ottenere proprio da lui un testo omofobo. Ci tengo a rimarcarlo, perché si tende a dimenticare troppo in fretta un passato, che invece segna le persone. E poi ne riparliamo una volta letto il meraviglioso testo di Bosco.
La canzone è una critica; non tanto rivolta ai social, quanto all'uso che l'uomo ne fa: avere mille mila amici su facebook, non fa di te una persona amata, e soprattutto non ti rende meno solo.
Quello che non avevo notato le prime volte, è che rispetto alle altre non crea particolari sbilanciamenti emotivi: è struggente, ma in un certo senso tiepida. Distante. Non c'è quell'inivito a sporcarsi di disperazione... e una volta visto il video, così asettico, ti rendi conto che è cosa voluta. Come a rendere la disumanità dei social. Come a dire "non ho intenzione di sporcarmi con te, nonostante siamo amici".

4- Hold On To Me
E' qui che il disco comincia a prendere una piega inaspettata: il sound è differente, sembra provenire da una fonte sconosciuta; non dai Placebo. Ha una musicalità particolare, che s'insinua subito nella memoria in modo stabile e ci mette radici. Crea un'atmosfera accattivante, psichedelica, ipnotica in cui lasci tutto e ti fai cullare dalla canzone. L'invito ad aggrapparsi a lui è molto più profondo di quello che sembra: è un'implorazione, la prosecuzione nella ricerca di una redenzione faticosa, difficile, che trova il culmine in un'evoluzione. Un salto dimensionale che coinvolgerà l'umanità. Una sorpresina dovuta alla meditazione di Brian?! Fatto sta che è il primo brano dell'album a contenere caduta e risalita nel contempo. Come se si dovesse necessariamente affondare prima di vedere la luce.
Se dovessi riassumerla in una parola userei il termine"ipnosi".

5- Rob The Bank
Questa è uno spettacolo ascoltata dopo la 4. Tu sei lì tranquillo che ripeti "Hold On To Me", stai ancora cercando di uscire dalla catalessi, quell'oceano immenso di luce, che senti un secco "Rob The Bank!" Certo Brian, andiamo... un momento, a far cosa?!
E' lì che realizzi che si tratta di un pezzo radicalmente diverso: dai toni netti, schietti, maledettamente rock. Una sveglia crudele dal bel sogno interdimensionale; bentornati nella realtà.
L'invito carino di andare a svaligiare banche un po' ovunque, potrebbe ricondurre alle duecentomila teorie complottistiche monetarie che girano al giorno d'oggi. Fa molto "fuck the system"; tutti ci avevano pensato ... invece no. A quanto pare non è nemmeno un dispetto alla famiglia (vedi il lavoro del padre).
Il senso esatto dovrebbe essere questo: "puoi svaligiare banche, essere la persona più spregevole del mondo; ma finchè tornerai a casa a fare l'amore, io ti amerò." Potrebbe sembrare un concetto triste, ci potrebbero essere obiezioni morali a ciò. Eppure ci sono parecchi rapporti umani che sono ciechi, funzionano esattamente così: fingerò di non vedere il male che fai a tutti, finché non ne farai a me.
Un concetto un tantino egoistico, portato a galla da un'analisi precisa, profonda delle relazioni umane. Sarà per questo che la musica è così tagliente?!

6- A Million Little Pieces
La delicatezza di una piuma nella disperazione di una carezza d'addio. Un singhiozzo sommesso: un pianto immaterico, malinconico, che non lascia traccia alcuna del proprio passaggio. Amo questa canzone; in un certo senso prepara a tradimento il terreno per l'ultima. Il capolavoro.
La parola d'ordine è : pianoforte. Si fonde perfettamente con la voce fino a formare una grandine di brividi, ognuno dei quali va a segno. Dardi infuocati nel cuore.
Anche in questo caso la diversità è lampante, anche più di quella di Hold On To Me: non è la solita ballata angosciante, niente caduta. E' un dolore maturo, esternato con dignità. Quasi ci fosse un'implicita rabbia, una ferita coperta dall'annichilimento. Lui che se ne va perché quel posto gli succhia energie. But I'm leaving/ This weary town/ Please no grieving/ My love, understand
Questo pezzo è la classe. E' la traduzione im musica del pensiero di molte persone che si sentono ingabbiate da un luogo, da una situazione, da sè stessi. E' la fuga di quando c'è troppo dolore per respirare e si prova altrove a darsi un senso. Gli darei il massimo dei voti, se non esistesse Bosco. 9 e mezzo, anche di più; mi tengo bassa solo perché per l'altra dovrei inaugurare una scala numerica dal 10 in poi.
7- Exit Wounds
Eccola qua. Quella che riterrei la più elettronica del gruppo ed è proprio il glaciale sound che in qualche modo smorza l'acuta tristezza del testo. Lo scivolamento della musica, fredda istantaneo le emozioni; laddove dovresti percepire il senso di calore, c'è un ghiaccio perenne. Come se tutta la passione fosse bruscamente anestetizzata dall'abbandono, ma nel contempo non si potesse realmente reprimere. E' come se le note cercassero di malcelare ciò che dicono le parole.
Se non l'ascolti con attenzione, ti sembra quasi una canzone più serena di com'è in realtà. Fino a quando non ti sorprendono frasi come: If I could, I would hover/ While he's making love to you/ Making rain as I cry. É allora che senti tutta l'ansia, quel groppo in gola che si attacca e non scivola, non lo scrolli più.
A parer mio è anche uno sfogo d'orgoglio, alla: non lo amerai mai come hai amato me. Ma poi si tradiscono le proprie intenzioni; perchè il sentimento, la rabbia sgorgano a fiumi proprio nell'attimo in cui si è abbassata la guardia. Come a lasciar intendere, che i classici "nessuno sarà meglio di me", non sono altro che dei "ti prego, torna che mi sento morire".

8- Purify
Questo brano crea un feeling istantaneo; sia per l'andamento veloce, forte, sia per il testo d'impatto. Adrenalinica, immediata, va a colpo sicuro in vena. Il linguaggio si fa più esplicito: si parla di purificazione, ma molto più della tentazione: baci dietro le gambe e quant'altro. Vi dico solo che nel video (di quelli girati dai registi emergenti) c'è un prete giovane particolarmente attratto da una donna, combattuto tra la voglia di possederla e i propri principi morali. Cosa peserà di più sulla sua bilancia interiore?

E' una delle più aderenti allo standard placebico, in cui non c'è discepanza tra le immagini evocate dalle parole e la musica: anzi; crescono di pari passo. Così aderente allo standard, che in quanto a sonorità sembra attingere qualcosa da For What It's Worth (non chiedetemi cosa, ma ormai mi sono fissata: è mezz'ora che le ascolto una dietro l'altra per cercare di capire).


9-Begin The End
Prende il via con una dolcezza allucinante che ti apre il cuore. Scende come pioggia in un cielo grigio, senza speranze. Leggera ballata, sembra quasi fare botta e risposta con Exit Wounds; una lotta con l'amato, ma soprattutto interiore tra ciò che impera il cuore e ciò che ribatte il cervello. E' un sofisticato: "vorrei ma non posso più. Addio".
Il testo è una doccia fredda, una scarica di aghi. Pura poesia. Basta pensare a quanto distacco e nello stesso tempo voglia di proteggere l'altro riesce a contenere la frase And I don't enjoy to watch you crumble. È una canzone che ti prende, ti manda di traverso la giornata e mozza il respiro per quanto rende alla perfezione lo strazio di lasciarsi.

10- Bosco
Una farfalla che si sgretola morente al sole. Ha senso?! E' un'immagine felice?! No. Però è la visione che ho avuto pensando a questa canzone. L'idea di una sofferenza più profonda, quasi grottesca, di cui ci si vergogna. In fondo, ci si vergogna sempre di esporre qualcosa, quando ci riguarda e paralizza nel profondo. Paura che gli altri nemmeno ci prendano sul serio, dandoci dei melodrammatici. Una sofferenza timida, che quasi non si ha la forza di tirarla fuori; ma intossicante, atroce al punto tale che la si sputa via per non morire. Perché c'è un bisogno impellente di ringraziare e chiedere il perdono. Potrei farci un trattato per quanto è immensamente meravigliosa.
Ci sto mettendo così tanto entusiasmo che mi sembro Benigni quando legge la Divina Commedia. Ma l'effetto che fa è più o meno questo: ti accende qualcosa dentro; ti ritrovi come una fontana, con la pelle che trema. E' forte, ti penetra come quando si sente freddo all'anima e si desidera solo un abbraccio.
E' una "lettera" di scuse tutt'altro che formale, che ha inizio con I love you more than any man (poi dite omofobia). Poche parole dalla sincerità spudorata, sembrano quasi le scuse pure dei bambini quando corrono dalla mamma. Commovente, perché sgorga dalla parte incontaminata del cuore: quella che si conserva per pochi.
L'anima si sgretola con un semplice intro di piano. Io ho avuto paura ad ascoltarla, piangevo già all'inizio. Ricordate "voce di Brian più violini e piano"? Beh, ecco il piano in tutto il suo splendore.
Parla di un amore orgoglioso, in cui si cerca ogni volta di mascherare la frustrazione, ma poi ci si sente solo più sporchi e debitori. Un amore in cui si fa fatica ad ammettere i propri limiti, ma poi escono fuori straripando, imbrattando tutto ciò che c'è di buono: How I suck you dry . E si cerca redenzione, un disperato perdono.
Ma le mie parole servono a poco; un capolavoro così va solo ascoltato.

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11- Pity Party (of one)
Questa è la cosiddetta "traccia fantasma"
Intensa, struggente. Criptica ma chiara nel contempo. Sempre intrisa di addio e abbandono. Ma stavolta il rifiuto è in pieno stile Placebo: più che l'eccezione, è la regola. Il rimorso parte come un cane rabbioso che strappa, dilania, crea un abisso tra le persone. Un'autocommiserazione indesiderata.
Un pezzo che non ha niente da invidiare agli altri, ma più nella tradizione.

E' un album ricco, capace di sgretolare in un modo o nell'altro un pezzetto d'anima ad ognuno. Capace di strappare lacrime inaspettate