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venerdì 17 novembre 2017

Babadook... chi ha paura dell'uomo nero?


AAA questo post può contenere spoiler.
Spendo due parole veloci sull'horror che a quanto pare ha traumatizzato persino Stephen King... e quando uno legge una cosa del genere, è veramente ma veramente grave. In effetti lo è e poi come.
È stato definito disturbante e non delude le aspettative.
I protagonisti sarebbero stati già un film horror a parte: la madre e il bimbo coinvolti in questa vicenda hanno qualcosa di mostruoso, aspetto ingigantito dalle continue inquadrature in penombra e dai loro comportamenti. Insito in loro c'è un elemento animalesco di partenza, non saprei definirlo. Hanno un modo di relazionarsi già tra loro e in generale abbastanza cruento e selvaggio, tanto da terrorizzare a morte amici e parenti. Infatti la zia, dopo aver sopportato livelli d'isteria hard decide persino lei che non li vuole più vedere.. e ha ragione. Il bimbo, Samuel, ha problemi caratteriali da sempre ed ha un'ossessione particolare per i mostri. Suo padre è morto d'incidente d'auto portando in ospedale la moglie per partorire.
La mamma, Amelia, ha l'abitudine di leggere al piccolo le storie prima di andare a dormire e il bimbo trova un libro che già a una prima occhiata si presenta strano. La narrazione si prospetta inquietante e li turba così tanto da sospenderne la lettura: parla dell'uomo nero Babadook che viene di notte e che preferiresti essere morto piuttosto che averci a che fare.
Samuel diventa ingestibile: prepara trappole per l'uomo nero ovunque e spaventa gli altri al punto che la mamma è costretta a ritirarlo da scuola.
Come già detto, loro non sono protagonisti normali: Amelia è stanca e stralunata e s'intravede un'avvisaglia di pessimo equilibrio mentale evidenziato da quel suo sguardo spiritato, messo a dura prova da un figlio che rompe il naso alla cugina, urla come un ossesso e nasconde ovunque congegni pericolosi. Terrorizzare il prossimo, questo bimbo lo fa per mestiere.
Lei nasconde il libro per esasperazione, quando ciò non basta ad appianare la situazione lo strappa e lo getta. Hanno inizio delle allucinazioni sempre più disturbanti, che fanno rabbrividire lo spettatore con lei. C'è questo letto che trema di notte quando crolla per la stanchezza, segue un'ombra che fa il verso grottesco "ba-ba-dook". Ciò che ancora trovo agghiacciante è che in giro per casa si vedono i cappotti magari appesi in un angolo, ma assemblati insieme ad altri abiti come se qualcuno li stesse indossando nel buio, oppure appena li osserva hanno una posa. Io vado ancora cercando nelle stanze di casa mia...
Come se l'uomo nero che fa cadere armadi e appare ringhiando sopra e sotto i letti non fosse abbastanza, Amelia si ritrova il libro davanti casa, ricomposto diversamente. Adesso è una più che esplicita minaccia e raffigura con tanto di testi, il mostro che entra nella donna, poi la donna che spezza il collo al cane e ammazza il figlio strangolandolo, per poi infine tagliarsi la gola.
La notte successiva la donna cerca di non dormire, ma cade tra lavoro e figlio, esausta su questo letto (scene molto belle, si addormenta come fluttuando. Espediente trovato più nei film di droga sullo stampo di Trainspotting, come se per lei dormire fosse così raro da andare in estasi) e c'è questa figura nera dall'aspetto spaventoso che le entra in bocca. Da lì c'è una ripida discesa in cui chiunque sta guardando il film cerca la mam... ok non proprio la mamma.
Lei ormai è sempre più presa da queste immagini strane che le offuscano la mente, isola completamente il bambino da qualsiasi cosa possa salvarlo da lei ed assume comportamenti sempre più mostruosi. Vede il marito morto che poi si rivela Babadook che ripete il suo traumatico mantra, in una scena che, per il cambio di luce improvviso, brutale e inquadrature ricorda un horror vecchio stile.
Conclusione: per un attimo ho dovuto sospendere e accendere la luce, non ce la facevo più umanamente. Giuro che di solito non mi succede.
Un vero peccato il finale. Il film rende in maniera fin troppo realistica la pazzia crescente di una donna troppo sola; io credo che a un certo punto la storia sia divenuta così malata che anche gli ideatori sono andati in tilt. È come se a una certa gli fosse mancato il coraggio di andare fino in fondo e avessero preso una strada diversa, perché la prima era troppo spaventosa.
Vero è che ci hanno lasciati con un irrisolto non indifferente.

martedì 7 novembre 2017

Stranger Things 2, la rivincita del demogorgone


No ragazzi non è un titolo spoiler, è semplicemente divertente dire demogorgone e scriverlo ovunque. Demogorgone, demogorgone, demogorgone. Ok credo sia il momento di smetterla. 
Poi insomma, si parla sempre dei ragazzi e della loro splendida recitazione, perché nessuno fa dei dannatissimi complimenti al demogorgone, che si è fatto un mazzo così? Nel mondo non c'è più giustizia. Avete idea di cosa significhi essere un mostro al giorno d'oggi, in cui danno milioni di party per le star e non t'invitano mai? Abbiate un po' di cuore.

"Stranger Things", serie tv di ragazzini prodigio -gli attori, non i personaggi; quelli sono comunissimi ragazzini- con palesi riferimenti ad "ET" -me lo dice anche la nonna- a "Slender" -ma tutte le storie in un bosco di notte potrebbero fare riferimento a "Slender", di questo passo mi scoppierà la testa- e nella caratterizzazione dei piccoli protagonisti ad "IT". Insomma si rifà a tutto ciò che ha due lettere e finisce con la "T".
Cosa stavo dicendo?
Ok ok ci sono: "Stranger Things" serie tv di ragazzini blabla che fa riferimento a bla, è diventata un vero e proprio fenomeno mediatico, o quanto meno è sulla bocca di tutti. Riporta in vita gli anni '80 e lo fa in una maniera molto umana e speciale, altro fattore che la rende davvero accattivante.
La seconda serie servita su un piatto d'argento da "Netflix", visto il successo della prima ha scatenato il binge watching più atroce -ovvero quando  termini di vedere l'intera serie in ventiquattro ore. Non giudicate: il mondo nerd è terribile, se non ti mangi la serie te la racconta tutta il tuo migliore amico in quindici secondi- e qui, per citare un caro amico che probabilmente sta leggendo: "La serie tv si guarda perché poi puoi parlare di tutto quello che è successo. Come faccio a parlarne se io ho finito  e gli altri restano indietro?" questo per dire che di solito chi la finisce prima ne parla con voi, che lo vogliate o meno.
La prima serie si apre con dei ragazzini che giocano a Dungeons and Dragons - un gioco di ruolo dove i nostri eroi se gli va bene il dado, fanno fuori mostri-, è così che Mike ci presenta il demogorgone, mostro con la faccia che si apre simpaticamente a fiore -non proprio- che poi realmente passerà nella dimensione che noi conosciamo per divorare persone. Lo fa attraversando un varco che è stato aperto per errore.
Nella prima serie è stato tutto perfetto, come se ogni elemento fosse cotto al punto giusto; la seconda serie è incalzante e piacevole ma, immaginandola come una linea retta, è come se in alcuni punti avesse creato dei rami che si sganciano e non si sa dove vanno a finire. Per adesso ci sono alcuni binari morti, ma voglio essere più specifica, quindi dopo quest'immagine darò inizio allo spoiler più spietato su "Stranger Things 2". Consiglio a tutti di divorare le puntate perché ne vale la pena, anche se...


Il problema principale è che Eleven, personaggio principale di "Stranger Things", fa cose.
Dustin ha avuto la brillante idea di crescere un demogorgone, e ok che prima aveva le sembianze di una caccola, ma anche crescere una caccola che sia tale a me non sembra una genialata. Ma a Dustin sì, e forse è anche per questo che preferisco altri personaggi a lui, ma lasciamo perdere...
Tra l'altro il mostro effettivamente è una caccola di Will, che ha praticamente l'Upside Down -Sopra sotto? Scusate, l'ho visto sottotitolato- in corpo e l'ha starnutita via.
Eight

Hawkins intanto si è riempita di demogorgoni perché nel finale della prima, Eleven non ha fatto in tempo a chiudere la falla interdimensionale nel laboratorio.
Come creare una seconda serie se bastava la presenza di Eleven a concludere tutto?
Semplice, chiudi Eleven da qualche parte, oppure la mandi in giro a fare cose. Infatti per mezza stagione anche di più, vive con Jim Hopper che le proibisce di uscire perché la stanno ancora cercando, ma a lei manca Mike, manca la mamma, manca anche un po' di buonsenso e quindi fugge e si fa un mega viaggio, dove capisce che la mamma mentre la cercava ha subito un elettroshock e la manda a trovare un'altra ragazzina, che praticamente è la crea-allucinazioni che vedrete nella prima puntata. Lei è Eight e ha scelto di vivere con degli outsider, fare furti e vendicarsi dell'organizzazione che l'ha rapita per gli esperimenti. Eleven sta un po' con Eight e gli amici, decide che la vita di strada non fa per lei e poi sente che Mike ha bisogno di aiuto, e se ne va.

Quindi la domanda che vi pongo è: serve a qualcosa tutto questo? Dovevano solo allontanare Eleven dalla città mandandola a comprare il pane o dobbiamo dedurre che la terza stagione, non essendoci più il papà cattivo a gestire il laboratorio, sia incentrata sul recuperare in qualche modo i ragazzi scomparsi? Comunque niente, quando Eleven torna dà l'impressione di essere la mamma che pulisce ciò che è stato messo in disordine dai bambini. Prende risolve e ciao.
Questo espediente però ci dà l'occasione di vedere Hopper nel ruolo di padre, pieno di pathos il collegamento tra l'avere a che fare con Eleven e i pochi ricordi che gli restano della figlioletta morta. Mostra un lato molto più fragile e umano, il che non guasta.



Il ruolo migliore l'ha Will, che mi porta a pensare che sia veramente ma veramente un bravo attore. Il ragazzino vive a cavallo tra le due dimensioni per via del mostro che ha in corpo. Nei flash che lui ha dell' Upside down, si vede molto prepotentemente una tempesta scatenata da un mind flyer -mostro con molti tentacoli- che si abbatte su tutta la città. Non contento di sputare cuccioli di demogorgone, cerca di respingere da solo il mind flyer che letteralmente gli entra dentro passando dalla bocca. Da lì ha inizio una specie di possessione, resa veramente bene. Grande recitazione anche da parte di Winona Ryder nel ruolo di sua madre, pronta davvero a qualsiasi cosa pur di salvarlo. Ha un'espressività che fa rizzare la pelle.
Persino il compagno Bob che sembrava un uomo medio qualunque, si rivela un grande eroe.
Di Mike non c'è molto da dire, io amo Finn Wolfhard e il suo modo di recitare, anche perché è molto spigliato e molto versatile. C'è una scena che mi ha spezzata in due e piangevo davanti allo schermo, in cui viene mostrato lui che ogni santo giorno cerca di contattare Eleven con il suo Walkie Talkie. Lui ha in testa esattamente il numero dei giorni che hanno trascorso lontani e vederlo parlare da solo è già un disastro emotivo, successivamente si vede anche lei che può passare da una dimensione all'altra e non potendo uscire cerca di visualizzarlo, assiste ma non ci può interagire.
È straziante capire quanto l'amore seppur tra giovanissimi possa essere forte e vero. Il sentimento tra loro è così reale e tangibile che nessuno riesce a mettercisi in mezzo.
Questa stagione ci offre un Mike infinitamente arrabbiato per l'ingresso nel gruppo della rossa Mad Max, che viene immediatamente contesa tra Lucas e Dustin e niente, con questa poveraccia non c'è una via di mezzo. Come se non bastasse il dover sopportare un fratello violento e disturbato, da un lato viene inserita a forza dal simpatico duo, dall'altro c'è Mike che troverebbe ogni pretesto per tirarla fuori a calci.
Un grande benvenuto glielo dà anche Eleven che appena la vede di sfuggita parlare con il suo ragazzo -la poveretta stava facendo solo capire che merita di essere trattata come un essere umano-, la fa cadere dallo skateboard. A parte far prendere a botte i due amici e simulare "Baby Driver" in caso di emergenza non fa molto... ah sì, è un mago con i videogames.
Per la categoria trash, si aggiudica la medaglia d'oro il fratello violento nella scena in cui, per cercare Mad Max e probabilmente riempirla di legnate, finisce a parlare con la mamma di Mike -il cui padre è un uomo inutile ma dovrà pur esistere- e parte un dialogo così imbarazzante e fuori luogo che sembra uscito da uno dei film equivoci di Lory Del Santo. Lei che rispondeva tutta alla "ehi maschione" maliziosa con un adolescente che ha l'età della figlia. Sto ancora cercando di metabolizzare quanto visto. Per un attimo ho pensato di controllare che fosse ancora "Stranger Things".
Come avevo previsto, Nancy ha deposto il povero Steve -forza e coraggio, sono con te- con la scusa che a lui non importa niente di Barb, gli ha dato venti volte dello struzzo e poi è andata a risolvere la faccenda insieme a Jonathan. Dico il povero Steve perché passa sempre come la feccia più assoluta quando si è allontanato dai suoi amici deficienti per stare con lei, ha ricomprato la macchinetta fotografica pur di farle un favore, si è redento e ha cercato di consolarla in tutti i modi, si è fatto insultare da Nancy sbronza e nonostante tutto da sobria le chiede nuovamente se lo ama, ma lei nemmeno risponde bene. Lui è un tale mostro senza empatia che guarda un po' finisce sempre per fare da babysitter a una gang di bambini maldestri che va a caccia di esseri maligni, rischiando la pelle per primo. Che uomo orribile... fortuna Jonathan che sa fare sempre la vittima al momento giusto, sarà che con questa storia del disagiato ci sta un po' marciando?
Ho amato molto la scena del ballo della scuola, dove Steve, con la morte negli occhi, vede di scorcio Nancy, il cui accompagnatore però poi sarà Dustin: i suoi amici hanno tutti una ragazzina e lui se ne sta solo in un angolo sconsolato, così Nancy si avvicina e per farlo contento ci balla insieme. Speriamo che non le venga la malsana idea di fare un pensierino anche su di lui.
Romantici come pochi Eleven e Mike, che finalmente, dopo tanta sofferenza, per una sera possono stare insieme e godere della magia che la loro età dovrebbe avere.
Previsioni per la terza stagione?
Facciamo che arriva il mind flyer e serve qualcosa di più di Eleven per tenergli testa e tocca cercare gli altri ragazzi che hanno subito gli esperimenti radunandoli per la lotta? Ipotesi un po' improbabile, ma chi lo sa.
Secondo voi la terza serie come andrà? Commentate gente, commentate.

venerdì 3 novembre 2017

Recensione: Amore mai nato, di Maria Rosaria Ciotola

Al Salone del Libro di Torino sono rimasta attratta da uno stand che oltre a offrire un ottimo caffè, proponeva dei titoli interessanti. La mia curiosità si è infine fermata su questo romanzo breve contro la violenza sulle donne, perché chi mi segue da tanto lo sa quanto mi piacciono le storie cruente.
La mia scelta è caduta su "Amore mai nato" e credo che il titolo sia sufficientemente esplicativo.
In una cinquantina di pagine l'autrice ci porta, mediante il filone principale ovvero quello di Lorena -che tenta di recuperare la sua vita, svilita da Andrea, un narcisista che definirei anche anaffettivo- a sviscerare anche le vite dolorose di altre donne, che hanno subito troppo e hanno bisogno di recuperare la felicità.
Lorena dovrà trovare la forza dentro se stessa, riuscirà a volersi bene e a ricominciare?

La narrazione è molto profonda, aiuta ciascuna a leggersi dentro. In un certo senso fa da supporto psicologico, da apripista nel lungo e tortuoso percorso che conduce dal dolore alla gioia. La scrittrice affronta una tematica molto bollente e spinosa senza ricorrere alla violenza: non vi aspettate una carica distruttiva che travolge qualsiasi cosa; c'è al contrario molta riflessione e rielaborazione del "lutto", come se gli eventi fossero già stati assimilati e fosse presente una grande consapevolezza. La violenza non è pertanto rappresentata o raccontata nel dettaglio, va più percepita come estrapolata dal contesto. Non ci sono eclatanti descrizioni di episodi che fanno da esempio, anche le violenze subite dalle due sorelle Carla e Simona non vengono narrate in maniera episodica; ci si sofferma più sulle conseguenze psicologiche dell'accaduto. Non troverete pertanto schiaffi, scene di stupri ecc. È uno scritto prettamente curativo, mirato a lenire le ferite e a compensare i danni subiti.
Le donne del libro sono tutte (chi in negativo chi in positivo) per il metabolizzare l'accaduto, per parlarne. I personaggi, salvo Andrea, sono molto sciolti nell'esprimere le emozioni che provano, non  fanno grandi tabù nemmeno nel raccontare ciò che sulle prime sembrerebbe inesprimibile.
Le singole storie diventano un modo per introdurre naturalmente tematiche delicate e fornire una risposta ad interrogativi impliciti.
Quasi a tutte inculcano sin da piccole il senso della paura e dell'impossibilità, come se volare basso potesse tenere lontano il dolore. Sperimentiamo il più delle volte solo quello per cui ci sentiamo capaci, soffochiamo il talento e ci infastidisce quello altrui. Abbiamo bisogno di sentirci parte di un gruppo per non sentirci sole, come se il momentaneo rimanere con noi stesse fosse pericoloso. Ci lusinga il metterci al servizio di idee o uomini di successo senza considerare che a loro dedichiamo, fino a perderla, la nostra identità. Ci invitano, con messaggi subliminali, a tener ben chino il capo, l'arte del tacere. Diventiamo vittime di noi stesse e finiamo con il procrastinare il momento della scelta, a credere nell'arrivo di colui che ci salverà dal male. Molte neppure si accorgono di quanto accade loro, felici senza mai un dubbio; altre, pur percependo la presenza di innegabili stonature, nel misero tentativo di tutelare la propria posizione, decidono di seguire la massa; alcune mosse da un'inquietudine si interrogano, cercano, sperimentano nuove strade.
Il messaggio lanciato è molto chiaro e forte durante tutta la narrazione ed è portato a ricostruire vite.
È una storia fortemente concettuale e interessante da cui le persone possono imparare a volersi bene.
L'unico neo è che la forza del messaggio penalizza il carattere individuale di alcuni personaggi, mi spiego meglio: quanto viene detto è indubbiamente profondo e degno di lettura, ma impone delle forzature narrative. Mi riferisco a due ragazze che, violentate dal padre, ne discutono apertamente (per quattro facciate) in hotel, a porta aperta, mentre una sconosciuta le sta origliando. Le due introducono una tematica davvero importante, ma solitamente è difficile che si parli per molto tempo di una cosa del genere in una stanza di albergo senza chiudere la porta. Presumo che due che hanno subito violenze dovrebbero essere molto introverse e restie alla comunicazione o comunque ad affrontare apertamente tale argomento. Sarebbe difficile assistere realmente a una conversazione del genere; come anche Lorena stessa viene sorpresa ad origliare da un uomo che la stava osservando a sua volta e lui comincia come se niente fosse a raccontarle questioni dolorose del suo passato. È come se le distanze personali fossero annullate per valorizzare la morale di fondo, vero è che se tutti fossero stati musoni e chiusi nel loro lutto, non avrebbe avuto senso il libro. È una forzatura che, visto il fine, in fondo ci sta.
È una lettura che consiglio soprattutto a chi sta cercando la forza per sfuggire a situazioni spinose e soffocanti. È un invito a riprendere in mano il proprio futuro, rimboccandosi le maniche in prima persona.

giovedì 26 ottobre 2017

IT 27 anni dopo. Anche voi galleggerete.

Come tutti gli altri bravi bambini ho indossato l'impermeabile giallo, preso il mio palloncino rosso e l'ho portato a vedere IT. Confesso che si è divertito non poco, fino a quando non è esploso in una fontana di sangue.
Incidenti a parte, al fine di essere totalmente informata, ho fatto un corso accelerato guardando prima il film del 1990. Purtroppo mi manca la lettura del libro. Per ora...
I film si discostano parecchio l'uno dall'altro, evidenziando la storia in modi diversi, ma l'ultimo ne esce vincitore per via di molti punti di forza.

IT (1990)
Genere:Thriller/Horror
Regia: Tommy Lee Wallace
Durata: 192 min
Cast: Tim Curry, Richard Thomas, Tim Reid, Annette O'Toole, Jonathan Brandis, Brandon Crane, Adam Faraizl, Emily Perkins, Marlon Taylor, Seth Green, Ben Heller, Harry Anderson, John Ritter, Tony Dakota


IT (19 ottobre 2017)
Genere: Horror/Thriller
Regia: Andres Muschietti
Durata: 135 min
Cast: Bill Skarsgård, Finn Wolfhard, Jaeden Lieberher, Nicholas Hamilton, Owen Teague, Sophia Lillis, Jackson Robert Scott, Megan Charpentier, Steven Williams, Chosen Jacobs, Wyatt Oleff, Jeremy Ray Taylor, Jack Grazer, Jake Sim, Logan Thompson

*Siete avvisati: la seguente recensione contiene alcuni spoiler*

Trama:
 In una giornata particolarmente piovosa, Georgie esce a giocare per strada con la barchetta di carta regalatagli dal fratello Bill, costretto a restare a letto perché non sta bene. Il piccolo, perdendo la barchetta in un tombino, conosce Pennywise il clown danzante, che gli parla proprio da lì. Ha trovato il suo giocattolo e gli chiede di afferrarlo. Il piccolo, tristemente raggirato, allunga il braccio verso lo spaventoso pagliaccio...
Il povero Georgie non è né la prima né l'ultima delle vittime di Pennywise, testimone anche l'archivio storico della città di Derry: in quella città accandono cose strane. Ogni trent'anni per un anno c'è un  ingente numero di morti e sparizioni, nonché catastrofi che portano via numerose vite... e Pennywise è sempre lì, perfino nelle foto antiche della città.
Bill non affronterà la minaccia da solo, ma con l'aiuto di altri sei ragazzi (Ben, Eddie, Richie, Stan, Beverly e Mike) cercherà di fermare il clown per sempre.


C'è una forte motivazione che mi ha portata ad invertire Horror e Thriller nelle rapide schede film: la pellicola del '90 non può essere definita esattamente horror. C'è della suspance, le scene possono essere più o meno cruente ma gli elementi e come sono assemblati  non creano esattamente un clima da horror. Il nuovo film lo si guarda rigorosamente arpionando le unghie al braccio di qualcuno. La stessa storia è resa in modo deviato, disturbato, teso. È come se avessero preso gli stessi eventi e li avessero messi in tensione.
I sette ragazzi hanno ciascuno un modo personale di vedere il clown e hanno anche diversi problemi in famiglia che spesso fungono da impedimento alle loro imprese. Trent'anni dopo non sembra di avere a che fare con le stesse scene, a partire dall'inizio in cui Georgie dà retta a Pennywise e poi scompare. Il bimbo sparisce in una maniera molto meno cruenta, rispetto alla sequenza nuova in cui il clown prima gli stacca un braccio, il piccolo grondando sangue cerca di strisciare via ma viene tirato nel tombino per le gambe e poi ci viene offerta un'inquadratura sulla strada inondata di rosso.
La stessa scena del bagno di casa di Beverly (sto cercando di non creare troppo spoiler) è molto, molto cruenta, rispetto al primo (vi prego evitatemi di dire sempre "film del '90", facciamo che sono primo e secondo anche se non ha senso).
Gli stessi personaggi ti danno l'impressione che si sia passati da tinte tenui a tonalità molto più sgargianti. Il carattere e gli atteggiamenti di alcuni sono volutamente esasperati.
A partire dallo stesso Pennywise, l'attuale sembra molto più assetato di sangue, che di paura e mette davvero i brividi. Il precedente si perdeva più in colloqui prima di terrorizzare i bambini; nel secondo i dialoghi sono un po' più ristretti e IT si trasforma più volte.
Partiamo dal principio: il primo Pennywise ha le sembianze di un clown e si comporta inizialmente come un clown. Insomma finché non comincia a mostrare i dentoni non è esattamente così minaccioso. Ha i palloncini, il costume sgargiante, è un clown. Un clown. Esatto, proprio un clown, se lo state pensando.



Purtroppo non ho ancora avuto modo di leggere il romanzo di Stephen King ma chi è riuscito afferma che la versione più fedele sia proprio quella qui sotto, che di apparentemente innocente non ha nulla. Nemmeno se fosse realmente innocuo qualcuno ci crederebbe.
Ha un aspetto molto particolare e curato, meno commerciale, come se fosse un cortigiano ottocentesco. Personalmente ti dà quasi l'impressione che sia stato esiliato da qualcuno perché troppo perverso e crudele.
M'immagino già la scena di questo abominio che si fa strada nella sala principale di un castello e gli invitati si aggrappano alle tende o vomitano per il terrore. Nella mia testa ho un po' la scena del cartone animato "Anastasia" in cui Rasputin viene cacciato brutalmente e lui maledice tutta la famiglia.
Potrebbe anche essere utilizzato per un creepy carillon al posto della ballerina.
Lo stesso cambio stilistico è stato spiegato da Andy Muschietti in questo articolo: Per leggerlo clicca qui. Confesso di non avere una preferenza, perché sono entrambi ben caratterizzati seppur molto differenti.



I ragazzi hanno alle spalle storie di famiglia molto particolari, non hanno un'infanzia serena. Credo che questo sia uno dei punti che li accomuna tutti e che faccia da collante per il gruppo.
Non ho notato particolari discrepanze nel personaggio di Bill, anzi credo sia quello rimasto più simile. Una nota di merito va al secondo Bill perché è riuscito proprio a farmi piangere, ma non voglio creare troppi spoiler e mi fermo qui. Il piccolo Georgie è anche molto simile, se non per qualche scena aggiuntiva veramente bella.
Nel caso di Beverly il suo carattere è stato un bel po' stravolto, come se ci fosse un abbozzo di emancipazione femminile che nell'altra sicuramente veniva a mancare, dava troppo l'impressione di essere costantemente trascinata dalle altrui volontà. Ha conservato la sua espansività ma si mostra decisamente meno propensa ad abbassare la testa. Mi ha stupito molto il tono che le è stato dato, molto più strong rispetto alla vecchia Beverly che a tratti mi ha fatto cadere le braccia.
Vorrei aprire una parentesi riguardo Richie. Precedentemente interpretato da Seth Green -noto per il ruolo di Oz (il licantropo) in "Buffy l'ammazzavampiri" ma la sua lista è ben più lunga- dimostra già da lì di avere l'argento vivo addosso. Accattivante, sarcastico, pungente, carismatico seppur non sempre opportuno -per non dire che quando apre bocca si ferma sempre tre frasi dopo quelle che dovrebbe esternare- è da subito di spicco all'interno del gruppo, ma passato il testimone al giovanissimo Finn Wolfhard, il nostro Beep-Beep Richie acquista una marcia in più.
La star di "Stranger Things" -di cui sta uscendo la seconda stagione- fa il suo ingresso trionfale regalandoci un carattere ancor più linguacciuto, irrefrenabile e soprattutto sboccato.
Se nella prima versione Richie parla troppo, qui è totalmente inopportuno e soprattutto parecchio irriverente.
Non risparmia a nessuno le sue frecciatine anche al costo di finire molto male.
Lo scambio più soft che mi ha fatta piegare in due, è stato quando, posto di fronte alla scena in cui la mamma di Eddie dopo mille raccomandazioni al figlio lo costringe a darle un bacio di fronte agli amici, Richie spezza l'atmosfera sghignazzando, chiedendo alla signora se gradisce un bacino anche da lui.
Non ci troviamo più davanti al ragazzino timido cotto di Eleven; Finn Wolfhard mostra una grande maestria nell'interpretare ruoli diametralmente opposti, qualità sorprendente data la giovane età.
In Eddie invece si accentuano le tendenze ipocondriache. Cambia particolarmente il personaggio di sua madre, che nel '90 si mostra molto curata mentre la ritroviamo ad oggi certamente non in forma, dipendente da tv e divano. Una visione abbastanza sgradevole.
Non si evidenziano particolari cambi di rotta negli altri ragazzi, se non per il fatto che Stanley nel secondo film è un po' a scomparsa: ha delle scene molto buone poi per un po' ti dimentichi proprio che c'è ancora; il primo Stanley ha una presenza più marcata nel lungo termine.
Gli stessi bulli sono interpretati in maniera violenta; nella miniserie non si è visto bene ciò di cui sono capaci.
IT dopo quasi trent'anni si è evoluto in un film più sfacciato e sanguinolento: se prima avevamo quasi dei dubbi a definirlo un horror, ora lo è a tutti gli effetti. È come se avesse acquisito sapore, rispetto a una storia più edulcorata dove i temi forti -contenuti nel libro- erano espressi in modo velato per non terrorizzare a morte i bambini.

giovedì 19 ottobre 2017

Anoressia, autolesionismo, depressione, balene, delfini e l'effetto Werther.

L'altro giorno (e questo per dire due settimane fa, credo... o una, ma è così importante?) ero a casa di mia sorella acquisita (è una luuunga storia) e, come quando non abbiamo questa gran voglia di saltare sui muri, ci diamo a un film di Netflix: "To the Bone", per l'Italia "Fino all'osso". L'ho trovata una bella storia tendente al drammatico, positiva per come la tematica dell'anoressia viene trattata, forse un po' fantasiosa in certe scene ma comunque valida.
Ciò che più mi ha colpita è stato il fatto che la protagonista pubblicava dei disegni su Tumblr e una ragazzina che l'ammirava si è uccisa. Seguendo quello che pensava fosse il canone dell'artista? Questo non è approfondito, ma il dubbio che assale la giovane è proprio quello.
Il semplice toccare l'argomento anoressia, ha sollevato il solito polverone che accade ogni volta che il film non è su caramelle ed orsacchiotti: se ne può parlare? Sì, no, forse, non lo so... più o meno intorno ai disturbi mentali di varia entità c'è lo stesso pudore che avevano le bisnonne a parlare delle mestruazioni. 
La stessa serie tv "Tredici" è finita nell'occhio del ciclone per istigazione al suicidio, ma non c'è niente di nuovo in tutto questo: stiamo parlando del cosiddetto "Effetto Wherter", termine coniato dal sociologo David Phillips, prendendo spunto da quanto successo con "I dolori del giovane Werther", romanzo di Goethe in cui un giovane si suicida dopo essersi innamorato di una donna, ma lei sposerà un altro. Dopo l'uscita e il successo del romanzo si è verificato un incremento dei suicidi e lo stesso accadde dopo la morte di Marilyn Monroe.
Un altro argomento che fa urlare "vade retro" è il cosiddetto fenomeno balena blu (i delfini erano sarcastici), che oscilla tra video fake e realtà scomode da vedere.
Da qui la domanda che nasce è: "Cosa dobbiamo fare? Nascondere il dolore sotto il tappeto?"
La verità secondo me è che parlare delle cose felici/facili è molto molto più semplice.
Il post più cliccato di tutto il blog, nonostante la mole spropositata di recensioni che pubblico, riguarda l'anoressia (Per leggerlo clicca qui). L'aspetto più triste di tutta la faccenda è che quando le persone arrivano all'articolo, posso leggere le parole che hanno usato sul loro motore di ricerca (ovviamente in maniera anonima, non so chi ha scritto cosa, non è il Big Brother) e il più delle volte ci si giunge per cercare metodi per vomitare o non mangiare.
A questo punto, io mi chiedo, ora che tutto è a portata di tablet/pc/smartphone, ha davvero senso non parlarne affatto, dal momento in cui se si cerca un incitamento in negativo lo si trova?
Io credo che non sia il film in sé per sé a creare il problema suicidio, come da solo non faccia spuntare una depressione o un'anoressia, ma che si debba stare attenti a come si tratta l'argomento, perché si rischia di creare coraggio nell'affrontare le situazioni nel modo sbagliato. Non è stato Goethe a dire alla gente di suicidarsi, però ha varcato una linea: ha spostato il confine del giusto un po' più in là, appena dopo la morte. Involontariamente nel cuore di qualcuno si è palesato un "coraggio" che era ancora in stato embrionale, ma questo è tipico dell'essere umano, che è un animale sociale e soggetto a condizionamenti.
Si può però restare condizionati anche in maniera positiva, solo che chi potrebbe parlare di reagire, di combattere lotte dolorose invece di farla finita, tace. Manca un incitamento alla vita.
Il mondo va così male perché di chi soffre o non si parla per niente o se ne parla in maniera devastante e letale. Oppure, ancora peggio, si parla delle malattie mentali e di coloro che ne sono affetti, come di mostri da emarginare o ficcare in uno sgabuzzino. È quasi come se esistesse solo il risvolto decadente e mai qualcosa che inciti a ripartire.
Se siete arrivati fino alla fine di questo post, qualsiasi sia il problema da nascondere, non nascondetelo. Non siate isole. Parlate parlate e soprattutto fatevi aiutare da qualcuno in grado di tirarvi fuori. Perché un corpo bello è quello ancora capace di reggersi in piedi, una persona davvero in pace non si sfregia da sola, un vincente non è colui che l'ha fatta finita, ma questo dev'essere chiaro.
Si può stare meglio senza farsi del male.  

giovedì 5 ottobre 2017

Recensione: La gemella sbagliata, di Ann Morgan

Voto: ***

Le voci che ho in testa stanno litigando tra loro per decidere se questo libro è da rissa o da nobel.
Inevitabile è affermare che mi ha fatta piuttosto alterare, perché ho divorato pagine e pagine con una sola domanda nel cervello e la risposta istiga alla carneficina.

La trama in maniera molto scarna: due bimbe, gemelle, decidono per gioco di scambiarsi. Helen è sempre stata in una condizione di privilegio rispetto ad Ellie che veniva disprezzata da tutti per via dei suoi problemi; al momento dello scambio, quest'ultima si rifiuta di tornare nei suoi panni e si appropria della vita della sorella.
Un gioco che sembrava così innocuo genererà problemi grossi come montagne e danni fisici e morali irreparabili.

Lo stile è costantemente in bilico tra delirio e realtà, ma anche l'espressione del caos ha un certo ordine. Il ritmo resta cadenzato qualsiasi cosa accada, come pioggia che a poco a poco scivola giù. Anche ciò che viene presentato come folle, a mio avviso ha un incasellamento ben preciso. Non è un libro caotico, puoi respirare le scene e seguirne il filo nonostante la narrazione rimbalzi costantemente tra presente e passato.
La famiglia Sallis è reduce da un suicidio. Le due bimbe restano orfane di padre e vengono "seguite" dalla madre, colpita da un'opprimente depressione. Lo scambio avviene in seguito al dramma e, nonostante le bambine siano completamente diverse (Helen sicura di sé, forte e autoritaria, mentre Ellie si mostra parecchio fragile, manipolabile e presenta qualche problema mentale) la mamma riesce a confonderle... diciamo per sempre. Ella intanto presenta loro un nuovo papà e il tempo seguita a scorrere, con Ellie che riesce ad acquisire un'autostima e a prevalere su Helen, la cui situazione la porta ad ammalarsi mentalmente e a perdere la rotta per il dolore. Tuttavia la sofferenza non è vana, perché incanala la giovane verso una strada artistica. Riesce ad essere incisiva da lesionare il cuore.
"Inizi disegnando una scena natalizia: una famiglia seduta in salotto a guardare la televisione, con un grande albero di Natale nell'angolo. La particolarità della scena è che a una prima occhiata sembra tutto normale, soltanto osservando con più attenzione ci si accorge che le cose non sono come sembrano. Per esempio, la madre ha l'aids. Non puoi mostrarlo esplicitamente nel disegno, ma puoi raffigurarla con le guance scavate e gli occhi infossati, i segni lasciati dalla siringa sulle braccia lunghe e magre. Il regalo appena scartato davanti a lei è un ago, e nella scodella non c'è il cibo, ma vomito. Il bambino piccolo è pieno di lividi: il padre lo picchia quando non c'è nessuno che li possa vedere. Quanto alla ragazzina adolescente, be', non serve una laurea per capire, dai suoi vestiti strappati e l'espressione stravolta, cosa le faccia il padre.
Drappeggi le ragnatele come decorazioni natalizie perché l'abete, realizzi mentre continui a disegnare, è lì tutto l'anno.
Nessuno ha voglia di metterlo via e rifarlo. Ciò che a un primo sguardo sembra un avvenimento speciale è una sorta di tortura. L'allegria dell'albero è come risucchiata, sostituita da noia e vergogna, un'altra cosa che la ragazza deve nascondere ai suoi compagni di scuola. In realtà, se si osserva attentamente, ci si accorge che nel mondo, fuori dalla stanza, è giugno. Il sole splende anche se l'orologio sul videoregistratore indica le 21.30. È il giorno più lungo dell'anno."
I demoni non mollano la presa così facilmente e tutto ciò che ha vissuto sarà incisivo per sempre nei passi successivi che andrà a compiere.
Le parti introspettive riguardanti Smudge (non mi dilungherò in spiegazioni) sono ben costruite e toccanti. Le voci che la tormentano arrivano ad essere talvolta anche divertenti e coerenti con gli interrogativi martellanti che tornano nei momenti peggiori. Smudge ha una sua forza distruttiva con la quale affronta le lotte e si ricostruisce a modo suo. Nonostante i continui impedimenti trova sempre un modo ed ammiro la caratterizzazione di tal personaggio, che ha dietro un bel lavoro.
Ellie seppur molto artefatta ha una sua linearità, anche umanità se vogliamo (magari senza allargarci troppo). Non si rivela il personaggio peggiore.
Il padre. Suscita particolare attrattiva la sua figura, il modo in cui ci viene presentato dagli occhi delle figlie. Egli è speciale, fuori dall'ordinario, come un folletto. Una creatura fragile che questo mondo non poteva ospitare realmente, come un personaggio dei cartoni animati. Emerge palesemente, senza nemmeno averlo conosciuto, quanto fosse un uomo speciale  e quanto soffrisse a vivere in un mondo  poco colorato. Nemmeno la sua arte lo tirava su. 
Ma la mamma... vi dico solo che se questa persona avesse avuto un briciolo di -cervello/ umanità/ decenza/ intelligenza?- sarebbe stato come se Aemon Targaryen avesse accettato il Trono di Spade invece di mandarci il fratello matto: non ci sarebbe stato alcun libro. Ci deve pur essere qualcuno che non ne fa una giusta pur di mandare avanti la storia, ma questa donna è fantascientifica: le uniche parole che riesce a pronunciare sono divieti, insulti e, quando finalmente trova un modo per dimostrare la propria utilità è comunque inutile/ tardi. Onestamente non credo che i suoi comportamenti fossero guidati da una semplice depressione per la perdita del marito; in lei emerge un tratto fortemente grottesco e darwiniano, ciò mi porta a pensare che sia indubbiamente il personaggio più malato dell'intera famiglia. Non è nemmeno lontanamente comparabile a un personaggio cattivo serio: si trascina un nonsense di fondo che il lettore fatica ad afferrare e comprendere... o quantomeno giustificare.
C'è un'unica domanda che ti martella per tutta la storia, la cui risposta è raccapricciante.
Una lettura in cui l'introspettività prende il sopravvento sul thriller, adatta a chi ama il sapore nostalgico dei ricordi e dei rimpianti.
Strano e meraviglioso rivedere i pezzi del passato così, come in un film. Strano e meraviglioso provare di nuovo le emozioni cancellate da anni di blocchi per appunti, luci al neon e stanze con la moquette alle pareti. Le aveva dimenticate.
«Eravamo felici» disse sorpresa, fissando sua sorella. «Prima che tutto iniziasse, eravamo felici.»


venerdì 30 giugno 2017

Recensione: Oriana. Una Donna, di Cristina De Stefano

Titolo: Oriana. Una Donna.
Autore: Cristina De Stefano
Editore: Rizzoli
Genere: Biografia
ISBN: 978-88-17-06898-7
Data di pubblicazione: ottobre 2013
Num. Pagine: 301
Prezzo: 19 €

Trama:L’autrice, ricostruendo l’intricato puzzle della vita di una donna così complessa, ne rende un quadro completo ed esaustivo. Racconta luci ed ombre di Oriana, anche laddove la scrittrice era stata molto abile a camuffarle tra gesti e parole.
Recensione:
Apertura perfetta che toglie le parole di bocca. Comincia e termina con la stessa visione dell’ultimo viaggio in aereo, conferendo una certa idea di perfezione. Come se fosse una narrazione circolare, più che qualcosa dall’andamento lineare. Sapete, una biografia inizia nel passato e va verso il futuro, ma il fatto che questa nasca e muoia proprio nella fine, è come se vanificasse il tempo.
Fenomenale è l’immagine di un’antica leonessa: un eroe che torna dalla guerra con ferite mortali e nonostante tutto non demorde.
Ha voluto lei questo viaggio verso casa. Da quasi cinquant’anni vive a New York, ma desidera che tutto finisca dove ha avuto inizio. La cabina è in penombra, per non ferirle gli occhi malati. Accanto a lei ci sono due dottoresse, pronte a intervenire in caso di emergenza. In realtà, resta tutto il viaggio immobile sul sedile, raggomitolata su sé stessa, immersa nei ricordi. Firenze le viene incontro lentamente, portando con sé il passato.
Salvo questa breve anticipazione, cercherò di mettere in ordine il caotico fiume di pensieri, al fine di tirarne fuori frasi di senso compiuto.
Impeccabile il linguaggio: la personalità ingombrante di Oriana è sorprendentemente resa dallo stile dell’autrice. Uno stile così  discreto, che emerge senza farsi troppo avvertire, facendo, con poche espressioni azzeccate, da collante perfetto tra la guerriera e la persona fragile, umana. Il testo è arricchito dalle citazioni della Fallaci stessa, che gli donano colore e forma: a volte sembra che il ritratto della donna emerga spontaneamente, attraverso le sue parole.
Di questa persona brutale, difficile, viene fuori una storia unica a partire dagli inizi. Un esordio alla vita composto da rabbia e povertà: un padre eroe di guerra, dal coraggio tale da non parlare neanche sotto tortura, che influenzerà continuamente la sua idea di uomo vero, eroe che cercherà spesso per poi restare delusa;  una madre che sarà sempre il suo esempio, purtroppo schiavizzata dalla condizione sociale e dallo stato di famiglia. Una voragine da colmare: vendicarla con la cultura che per quanto intelligente, Tosca non si era mai potuta permettere e per la cui mancanza soffriva in modo tangibile.
<<Il mio carattere si è formato allora: il mio cattivo carattere. Ero molto mite, mi dicono, prima di andare a scuola. Divenni dura e aggressiva a scuola, divenni arrabbiata a scuola: scoprendo che io ero più brava di loro. E che loro erano ricchi sicché la loro mamma non doveva piangere per farli studiare.>>
Cristina De Stefano, ci conduce a scoprire poco a poco i punti deboli di questa roccia indistruttibile, scavandola come acqua. Emergono note inaspettate, colori sgorgano dalle sfumature ingrigite o appesantite dai media. Con molta sensibilità, viene portata alla luce una donna diversa, dal mostro crudele delle caricature stupide, maligne (sì, perché con lei si è superato davvero ogni limite e non farò nomi, che tanto si è inteso) e aggressive, che ci è presentato di solito.
L’analisi profonda, viscerale, fa emergere una persona descrivibile solo tramite forti contrasti. L’ossimoro è ciò che la caratterizzerà meglio e sempre: brutale eppure capace di un amore da far sbiancare; atea eppure cristiana a modo suo. Totalmente incatalogabile nelle sue catalogazioni.
Questo a parer mio è il punto di forza dell’intera biografia: aver vinto la sfida di ricostruire un carattere enigmatico e di difficile lettura. Sfuggevole anche qualvolta cercasse di venire incontro alle persone. Ha disegnato un’umanità che non si scorge ad occhio nudo e lo ha fatto senza scendere in dettagli fastidiosi.
C’è l’intera storia lavorativa, fatta di conquiste sudate e meriti. Ci sono i lunghi e numerosi viaggi di lavoro, le esperienze di guerra, le interviste praticate penetrando l’anima dei soggetti, anche al costo di stuzzicarli o ferirli perché uscissero dal guscio.
Infaticabilità e instancabilità son sempre state le parole chiave.
Eppure non sono il piatto forte: non è l’Oriana giornalista/scrittrice nota al mondo, che commuove prepotentemente il lettore.
Le vicende amorose sono quelle più interessanti. Quelle che scoprono la donna fragile, che cade e ricomincia continuamente a dare tutta se stessa, che elemosina affetto, che scrive sterminate lettere ad un uomo indeciso che non la vuole.
Oriana innamorata è un’Oriana del tutto inedita, dolcissima, fragile. È difficile credere che sia davvero lei l’autrice delle minute lettere ad Alfredo conservate tra le sue carte. La donna che scrive è una donna che sogna una vita di coppia, che si dice disposta ad abbandonare tutto, anche il lavoro, per questo sogno. Una donna che mendica amore, che scusa tutto e giustifica tutto, che si umilia e si cancella davanti all’uomo che ama. Per la prima -e forse unica- volta in vita sua Oriana è del tutto vulnerabile.
Strugge davvero il cuore, venire a conoscenza delle sue speranze infrante di formare una famiglia, del tentato suicidio per Alfredo Pieroni e delle altre storie fallite bruscamente. Quel sentimento intenso per Francois Pelou, a lungo diviso tra lei e una famiglia a cui non avrebbe rinunciato mai; Alekos, un uomo anzi l’uomo per eccellenza, l’eroe che ha corrisposto anzi dato vita a quel fiume d’affetto, morto in circostanze misteriose; Paolo Nespoli, la scommessa impossibile per via della differenza d’età.
Lungo la lettura, mi sono chiesta infinite volte come fosse possibile nascondere tanta umanità, tanto calore; come possa capitare, di annientarsi completamente per un uomo, al punto tale da pensare di rinunciare a una gravidanza tanto desiderata, pur di non perdere l’amore.
Per non parlare degli aborti spontanei, almeno due, a come le vicende della sua vita l’abbiano incisa e plasmata senza pietà, molto più di quanto desse a vedere. Commovente è l’immensa mole di dolore, che si è sempre portata dietro come una zavorra.
Nonostante questo, non ha mai evitato le sfide. Non si è mai arresa di fronte alla cattiveria, all’ignoranza, alle malelingue. Anche da questo scritto, si evince che ha sempre cercato il coraggio, anche a costo di farne le spese in prima persona.
Altra novità per me è stata venire a conoscenza del colloquio con Papa Ratzinger, del suo seppur diffidente riavvicinamento alla Chiesa.
Poliedrica, imprevedibile in ogni sua faccia, come un diamante sconosciuto al mondo e trovato all’improvviso in un angolo remoto. E Cristina De Stefano ha colto in pieno il succo di ogni sua apparente contraddizione, conciliandola col resto, riempiendola del giusto senso. Ha costruito un ponte efficace, tra quella fortezza inespugnabile e il pubblico che ha da sempre sete di sapere.